Il commercio italiano continua a soffrire per l'espansione dell'e-commerce e il cambiamento delle abitudini di consumo. Secondo uno studio dell'Ufficio Studi di Confcommercio presentato su 122 città del Paese, compresi 107 capoluoghi di provincia, nel tredicesimo anno di analisi sono spariti 156mila negozi tra esercizi al dettaglio e attività ambulanti. Una perdita che equivale a più di un quarto dell'intera base commerciale nazionale e sottolinea come il fenomeno della desertificazione dei centri storici e delle aree urbane stia accelerando sensibilmente rispetto al passato.

Il ritmo della contrazione si è fatto particolarmente severo: il tasso medio di chiusure annuali ha raggiunto il 3,1% nel 2025, ben superiore al 2,2% registrato nelle rilevazioni precedenti. Il Nord del Paese risulta più colpito dal fenomeno, con numerosi locali commerciali ormai rimasti vuoti. A determinare questo scenario sono principalmente i nuovi modelli di acquisto dei consumatori: nel 2025 gli acquisti online rappresentano l'11,3% di tutti i consumi per beni vendibili su internet e il 18,4% dei servizi. Una tendenza destinata a intensificarsi ulteriormente nei prossimi anni.

I numeri raccontano una storia inequivocabile di divergenza tra i due canali di vendita. Tra il 2015 e il 2025, mentre le vendite totali al dettaglio sono cresciute del 14,4%, le piccole superfici commerciali fisiche si sono ferme al palo con uno 0,0% di variazione, mentre il commercio elettronico ha registrato un'impennata del 187%. In termini di fatturato, il cambio di paradigma è ancora più drammatico: sei anni fa gli acquisti online valevano 31,4 miliardi di euro, cifra che è raddoppiata raggiungendo i 62,3 miliardi nel 2025.

Non tutto il panorama imprenditoriale italiano registra contrazioni uguali. Emergono due eccezioni significative: il settore dell'alloggio e della ristorazione aggiunge 19mila nuove imprese al sistema, beneficiando della ripresa turistica e dei cambiamenti negli stili di vita. Inoltre, le attività guidate da imprenditori stranieri continuano a crescere (+134mila unità), compensando parzialmente il crollo delle imprese a gestione italiana (-290mila nello stesso periodo). Queste realtà estere generano complessivamente 194mila posti di lavoro aggiuntivi, svolgendo una funzione importante di integrazione economica e occupazionale, sebbene mantengano dimensioni medie più ridotte rispetto alle aziende italiane.

Un ultimo aspetto riguarda l'evoluzione strutturale del terziario: crescono significativamente le società di capitale, passando dal 9% al 17% nel retail tradizionale e dal 14,2% al 30,6% nella ristorazione, mentre diminuiscono le ditte individuali e le cooperative. Questo processo di trasformazione organizzativa segnala una progressiva professionalizzazione e ricerca di efficienza produttiva, anche se non riesce a contrastare la perdita complessiva di punti vendita fisici e il ridimensionamento occupazionale che caratterizza il settore.