Le banche italiane non abbassano abbastanza i tassi sui prestiti e mutui. È l'accusa che arriva dal sindacato Fabi, che sulla base di uno studio interno sottolinea come nel 2025 e 2026 le condizioni creditizie nel nostro paese continueranno a essere più penalizzanti rispetto alla media dell'Unione Europea. Un problema che non è solo tecnico, ma strategico per lo sviluppo economico nazionale.

Lando Maria Sileoni, segretario generale della Fabi, ribatte che non basta l'azione della Banca Centrale Europea se manca una regia politica chiara a livello italiano. "Il settore bancario deve trasmettere più velocemente gli impulsi monetari, riducendo effettivamente i costi del denaro e facilitando l'accesso al credito per famiglie e imprese", dichiara il sindacalista. Senza questo adeguamento, avverte, anche le fasi di allentamento della politica monetaria europea rischiano di produrre benefici solo parziali e insufficienti.

Secondo Sileoni, il credito rimane uno strumento cruciale per occupazione, sviluppo e coesione sociale. Ma perché funzioni davvero occorre una azione coordinata tra governo, istituzioni, banche e rappresentanze sindacali. "L'Italia non può permettersi di sprecare questa opportunità", sottolinea il numero uno della Fabi, lanciando un appello alla classe dirigente affinché si muova in modo tempestivo e responsabile.

Il contesto internazionale complica ulteriormente lo scenario. Sileoni avverte che le tensioni geopolitiche e il nuovo shock energetico potrebbero riacutizzare le pressioni inflazionistiche, soprattutto in Europa dove i prezzi dell'energia pesano notevolmente sui bilanci. Se l'inflazione tornasse a salire, la Bce potrebbe essere costretta a ripensare la sua strategia sui tassi, neutralizzando così gli sforzi finora compiuti. Un rischio che rende ancora più urgente un intervento coordinato a livello nazionale per evitare che l'economia italiana rimanga intrappolata in una morsa di credito caro e opportunità mancate.