La ricerca scientifica internazionale continua a scandagliare il ruolo della vitamina D nella lotta al coronavirus e alle sue conseguenze durature. Un importante trial clinico randomizzato condotto dai ricercatori del Mass General Brigham, pubblicato sulla rivista The Journal of Nutrition, aggiunge nuovi tasselli a un puzzle ancora in gran parte irrisolto. Lo studio, noto come VIVID Trial (acronimo di Vitamin D for COVID-19), ha testato gli effetti di una supplementazione ad alta concentrazione nei primi giorni di positività, coinvolgendo un campione ampio di partecipanti in due continenti diversi.
Lo studio ha arruolato 1.747 pazienti risultati positivi al coronavirus e 277 loro familiari, per un totale di oltre duemila persone distribuite casualmente in due gruppi. I ricercatori hanno somministrato a metà dei partecipanti dosi elevate di vitamina D3 — inizialmente 9.600 unità al giorno per due giorni, poi ridotte a 3.200 unità quotidiane per quattro settimane — mentre all'altro gruppo è stato dato un placebo visivamente identico. L'arruolamento è avvenuto dal dicembre 2020 al settembre 2022 negli Stati Uniti e dal settembre 2021 all'aprile 2022 in Mongolia. I partecipanti hanno iniziato il trattamento mediamente tre giorni dopo la diagnosi.
I risultati sulla fase acuta della malattia non hanno portato le buone notizie che molti speravano. Il supplemento ad alte dosi non ha ridotto significativamente la gravità dei sintomi iniziali, il numero di ricoveri ospedalieri, le visite mediche o gli accessi al pronto soccorso durante le quattro settimane di monitoraggio. Non è diminuita nemmeno la mortalità tra i partecipanti. Inoltre, la vitamina D non ha protetto i conviventi dal contrarre l'infezione. Tuttavia, come sottolineato dalla professoressa JoAnn Manson del Dipartimento di Medicina dell'istituzione promotrice, la ricerca ha identificato «un segnale incoraggiante riguardante il long Covid che merita ulteriori approfondimenti».
Emerge dunque una distinzione cruciale tra l'effetto della vitamina D sulla malattia acuta e il suo possibile ruolo nei sintomi prolungati che affliggono milioni di persone guarite dal Covid. Questa scoperta, sebbene preliminare e ancora in attesa di conferma, apre una prospettiva diversa su come affrontare le conseguenze a lungo termine del virus. La ricerca è stata condotta con rigor scientifico, utilizzando randomizzazione stratificata e metodi statistici sofisticati per garantire che i due gruppi fossero perfettamente comparabili per variabili importanti come età, peso, etnia e storia vaccinale.
I risultati del VIVID Trial rappresentano un passo avanti nella comprensione del ruolo della vitamina D nel Covid, anche se non nel modo inizialmente ipotizzato. Se il segnale promettente sul long Covid dovesse essere confermato da ulteriori studi, potrebbe aprire nuove piste terapeutiche per chi continua a soffrire mesi dopo l'infezione iniziale. La comunità medica rimane in attesa di ricerche successive che possano chiarire meglio questo aspetto affascinante e ancora misterioso della malattia.