William Kentridge, il celebre creatore sudafricano classe 1955, porta a Milano una riflessione profonda sui drammi dell'umanità in movimento. Presso la galleria Lia Rumma, l'esposizione intitolata "Sharpen Your Philosophy" raccoglie opere che affrontano questioni universali: dalle ingiustizie sociali alle ricerche identitarie di chi è costretto ad abbandonare la propria terra. Un percorso tematico che emerge dal vocabolario visivo straordinariamente ricco dell'artista, sviluppato nel corso di oltre quarant'anni di carriera dedicata a svelare le contraddizioni del nostro tempo.
L'allestimento si apre con una sezione dedicata a uno dei momenti cruciali della storia contemporanea: il 1941, quando figure intellettuali europee di spicco furono costrette a fuggire dal vecchio continente per scampare a guerre e persecuzioni. Kentridge ripropone i volti di questi esiliati attraverso disegni in bianco e nero: fra gli altri, il surrealista André Breton, l'antropologo Claude Lévi-Strauss, il pittore cubista Wilfredo Lam e i politici Léon Trotsky e Léon-Gontran Damas, quest'ultimo poeta fondatore del movimento della negritudine. Tutti trovarono rifugio nella Martinica, island che rappresentava una promessa di salvezza dal caos europeo.
L'opera centrale della mostra è il paravento "Sharpen Your Philosophy" realizzato nel 2025, interamente decorato a inchiostro, carboncino e penna. La composizione raffigura una lussureggiante vegetazione tropicale che circonda uno specchio d'acqua, coronata da una piccola lampada che evoca l'atmosfera intima di un interno domestico. L'immagine funziona come metafora potente: la natura rigogliosa rappresenta la speranza, lo specchio lacustre riflette il bisogno di riconoscersi, mentre la luce artificiale simboleggia il tentativo umano di portare civiltà e conforto negli spazi di rifugio.
L'esposizione si inserisce in un contesto culturale più ampio, affiancandosi alla kermesse dedicata alla metafisica ospitata a Palazzo Citterio, creando così un dialogo fra diverse prospettive artistiche sulla condizione umana. Kentridge, testimone visivo della brutalità dell'apartheid in Sudafrica, ha sempre canalizzato nella sua ricerca una responsabilità etica verso i sofferenti e gli emarginati, traducendo il dolore collettivo in forme di bellezza politicamente consapevole.
Con questa mostra milanese, l'artista sudafricano invita il pubblico a riflettere non solo sulla tragedia dell'esilio e della migrazione forzata, ma anche sulla resilienza umana, sulla ricerca instancabile di dignità e sulla possibilità che nuove terre e nuove comunità possono offrire a chi scappa dalle prigionie della persecuzione e dall'oppressione. Un invito a comprendere come il movimento, il viaggio e la ricerca di identità rimangono oggi tematiche ineludibili nell'esperienza contemporanea.