La corsa tecnologica non è più una competizione economica tra aziende, ma uno scontro geopolitico che determinerà il futuro delle democrazie liberali. Mentre l'intelligenza artificiale evolve a ritmi vertiginosi – dai test scolastici alla risoluzione di problemi matematici che sfidavano generazioni di ricercatori – i governi occidentali devono affrontare una realtà spiacevole: il controllo su semiconduttori, terre rare e algoritmi di nuova generazione rappresenta il vero potere del nostro tempo. Nel prossimo decennio, IA, quantum computing e infrastrutture digitali trasformeranno medicina, energia, difesa e industria, ridisegnando gli equilibri globali con una velocità senza precedenti.
Secondo Roberto Baldoni, senior advisor per le politiche tecnologiche e la cybersicurezza presso l'ambasciatore italiano negli Stati Uniti, il rischio maggiore viene dalla pinza tra autocrazie e giganti privati. Da un lato, regimi come la Cina integrano stato, industria e ricerca per dominare i settori strategici della tecnologia, sfruttando il peso del mercato interno e la capacità di proiezione esterna. Dall'altro, le democrazie frammentate rischiano di dipendere da pochi colossi privati globali che controllano cloud, connettività e intelligenza artificiale, trasformando efficientemente l'economia in vero potere politico. Una catena di approvvigionamento dominata da attori incontrollati non è soltanto una vulnerabilità economica: è una minaccia diretta alla libertà politica e alla sovranità democratica.
La soluzione non è protezione isolazionista, ma coordinamento transatlantico. Le cosiddette "trusted technologies" – tecnologie fondate su catene di fornitura radicate in paesi democratici, legati da stato di diritto e governance trasparente – non sono un principio etico da sottoscrivere, ma una necessità materiale per preservare la sovranità democratica. Come sottolineato dalla National security strategy americana, la leadership tecnologica passa attraverso ecosistemi resilienti costruiti con gli alleati e dalla capacità di ridurre dipendenze che potrebbero diventare ricatti geopolitici. Senza questa integrazione, il rischio concreto è che le democrazie si trovino schiacciate tra coercizione esterna e il controllo invisibile di piattaforme private indispensabili.
Washington sa bene che l'Europa è indispensabile in questo gioco. Gli Stati Uniti, anche alleati con i paesi dell'Indo-Pacifico, non possono da soli raggiungere la scala necessaria per competere lungo l'intero spettro tecnologico. L'Unione europea, con le sue capacità industriali, la sua base di ricerca e il suo mercato interno, è il partner essenziale per costruire una filiera tecnologica veramente resiliente e controllata democraticamente. Il momento di agire è adesso: le tecnologie diventano sempre più complesse e opache, al punto che la loro comprensione umana piena diventerà presto impossibile. L'unico modo per mantenerle governabili attraverso istituzioni democratiche e responsabilità pubblica è coordinare le scelte oggi, prima che il potere si concentri nelle mani di pochi attori incontrollabili.