Una scoperta che potrebbe cambiare l'approccio terapeutico all'epilessia arriva dai laboratori italiani. Ricercatori dell'Istituto Mario Negri, dell'Irccs Gaslini e dell'Università di Genova hanno identificato un nuovo meccanismo di azione nel trattamento della malattia, focalizzandosi sulla connessione tra intestino e cervello. I risultati dello studio, pubblicati sulla rivista internazionale Annals of Neurology, aprono scenari promettenti soprattutto per i circa 100mila pazienti italiani che soffrono di forme di epilessia refrattaria ai farmaci convenzionali.

Il punto di partenza della ricerca è affascinante: gli scienziati hanno osservato che nei pazienti affetti da epilessia farmaco-resistente è frequente trovare alterazioni del microbiota intestinale, con conseguente riduzione nella produzione di acidi grassi a catena corta, molecole generate dalla fermentazione batterica delle fibre alimentari. Tre sostanze in particolare – l'acido acetico, propionico e butirrico – possiedono proprietà antinfiammatorie e protettive per il sistema nervoso. Da qui l'idea di testarle come potenziale integrazione terapeutica.

Gli esperimenti condotti su modelli animali hanno dato risultati incoraggianti. Durante settanta giorni di osservazione, i ricercatori hanno monitorato non solo la frequenza e la durata delle crisi convulsive, ma anche gli aspetti cognitivi e il livello di infiammazione nel cervello. I topi trattati con questi acidi grassi hanno mostrato una riduzione della progressione della malattia stimata intorno al 70 percento. Inoltre, il trattamento ha diminuito la formazione di nuovi cluster di crisi e migliorato significativamente le capacità mnemoniche degli animali.

"Questi risultati suggeriscono che gli acidi grassi a catena corta possono influenzare il corso a lungo termine dell'epilessia, andando al di là della semplice soppressione dei sintomi acuti", sottolineano gli autori dello studio. Il dato più rilevante è che il trattamento non si limita a contenere le crisi nel breve periodo, ma promette una vera modifica del decorso della malattia, fornendo una strategia radicalmente diversa rispetto alle terapie attuali, perlopiù sintomatiche.

Questa ricerca accende una speranza concreta per il terzo dei pazienti epilettici che attualmente non rispondono ai farmaci tradizionali e sono costretti a ricorrere a interventi più invasivi come la chirurgia cerebrale o l'impianto di pacemaker neurologici. I prossimi passi della ricerca dovranno verificare se questi risultati promettenti ottenuti nei roditori potranno essere replicati nell'uomo, aprendo la strada a nuovi protocolli terapeutici basati sulla modulazione del microbiota intestinale.