La Corea del Nord ha riportato i propri cittadini alle urne dopo sette anni di attesa. Il 17 marzo 2026 segna il rinnovo dell'Assemblea popolare suprema, l'organo legislativo della dittatura guidata dalla dinastia Kim. I numeri ufficiali parlano di un'adesione del 99,99% degli aventi diritto, un risultato che nessuna democrazia moderna potrebbe mai raggiungere. Le piazze di Pyongyang e delle altre città si sono trasformate in palcoscenici di celebrate pubbliche: cittadini ordinati in abiti formali, banda musicale ai seggi, bandiere ovunque, cori di approvazione e danze collettive per celebrare il momento.

Ma sotto le luci del rituale propagandistico si cela una realtà completamente diversa. Il sistema elettorale nordcoreano non prevede alcuna competizione autentica. In ogni singolo collegio viene presentato un unico candidato, selezionato direttamente dal Partito del Lavoro di Corea, il partito unico al potere. Gli elettori ricevono una scheda con il nome già stampato e devono semplicemente inserirla nell'urna senza modifiche. Teoricamente esiste la possibilità di votare contro il candidato, barrando il nome o utilizzando una cabina separata, ma compiere questo gesto equivale a una sfida aperta al regime, con conseguenze molto concrete per il dissidente e la sua famiglia.

Gli «appuntamenti elettorali» della Corea del Nord avrebbero dovuto tenersi ogni cinque anni secondo la legge vigente, ma il calendario è stato costantemente disatteso. L'ultima tornata risaliva al 2019, mentre prima ancora si era registrato uno strappo ancora più significativo: dopo le elezioni del 1990, il paese ha saltato completamente il turno previsto per il 1995, rinviando tutto al 1998 in segno di lutto per la morte di Kim Il-sung, il fondatore della Repubblica Popolare Democratica.

La partecipazione stessa al voto è stata trasformata in un elemento di controllo sociale e ideologico. I cittadini devono recarsi alle urne indossando abiti eleganti, un dettaglio che non è casuale ma parte integrante del rituale di lealtà al regime. Le celebrazioni che accompagnano il voto - spettacoli musicali, manifestazioni coreutiche, raduni patriottici davanti ai seggi - trasformano il momento elettorale in un'occasione di propaganda e di affermazione dell'ideologia dominante. Chi ha già depositato la propria scheda è spinto a unirsi pubblicamente a danze e inni, dimostrando in modo visibile l'adesione al sistema.

Il risultato è una farsa istituzionale mascherata da democrazia popolare: il voto nordcoreano non serve a dare ai cittadini alcun potere decisionale, bensì a creare un consenso performativo e coercitivo, dove la partecipazione diventa obbligo e l'astensionismo è semplicemente impensabile. I numeri sfiorano sistematicamente il 100% perché la paura e il controllo sociale rendono qualsiasi altra opzione impraticabile. Quello che il regime mostra al mondo come un trionfo democratico è in realtà il grado massimo di controllo totalitario sulla popolazione.