A un quarto di secolo di distanza, Paolo Cremonesi non dimentica. L'ex responsabile del pronto soccorso dell'ospedale Galliera di Genova, oggi consulente della struttura, ripercorre quei giorni di luglio 2001 quando il G8 trasformò la città in un campo di battaglia. Quando gli si chiede del vertice, la risposta è un catalogo di sofferenze: fratture multiple, ustioni da gas lacrimogeni, ferite da manganello, ma soprattutto una quantità impressionante di traumi cranici fra chi subì violenze nelle strade.

Cremonesi prestò soccorso direttamente in piazza durante gli scontri della Foce il 19 luglio. Il giorno seguente fu fra i primi medici a raggiungere il corpo di Carlo Giuliani disteso su piazza Alimonda. Ma il suo ricordo più traumatico resta il 21 luglio, quando entrò nella palestra della scuola Diaz, definendola con una metafora cruda «macelleria messicana». Gli stessi agenti che avevano condotto l'irruzione lo chiamarono per prestare cure ai manifestanti che avevano appena picchiato. «Mi rimane impressa in mente il silenzio di quelle due ore», racconta il medico, «mentre tamponavo il sangue, steccavo fratture e cercavo di confortare quei ragazzi terrorizzati. La notte più difficile della mia vita».

L'immagine che Cremonesi restituisce non è quella di scontri fra antagonisti e polizia, ma di una disparità radicale: centinaia di manifestanti vittime di pestaggi sistematici dalle forze dell'ordine, affidati alle sue mani ferite e spaventate. La sua testimonianza, a distanza di 25 anni, conferma quanto accadde in quella palestra genovese rimasta simbolo della repressione durante il G8, un episodio che continua a interrogare la società italiana sulla gestione dell'ordine pubblico durante le proteste.