Una bomba geopolitica si abbatte sulla campagna elettorale ungherese proprio nella fase conclusiva. Il Washington Post ha rivelato che l'esecutivo di Viktor Orban intrattiene un canale diretto verso Mosca per comunicare quanto discusso nei vertici più sensibili dell'Unione europea. Secondo l'inchiesta americana, il ministro degli Esteri Peter Szijjarto fungerebbe da intermediario, riferendo in tempo reale alla controparte russa gli sviluppi dei Consigli europei. Una pratica che, se confermata, rappresenterebbe una violazione gravissima degli obblighi che gravano su uno Stato membro dell'Ue e alimenterebbe i sospetti di lungo corso su una possibile compromissione di Budapest verso il Cremlino.

Ma le rivelazioni non si fermano qui. Sempre secondo il rapporto investigativo, i servizi di sicurezza russi avrebbero elaborato un piano denominato 'The Gamechanger', pensato per capovolgere l'esito delle urne ungheresi del 12 aprile attraverso misure drastiche come un tentativo di attentato inscenato ai danni dello stesso Orban. Il documento, consultato dalla testata americana, evidenzia come un evento di questo tipo avrebbe spostato il dibattito pubblico dal piano razionale delle questioni economiche e sociali a quello emotivo, catalizzando l'attenzione sulla sicurezza nazionale e sulla stabilità politica. Una strategia destinata a consolidare il consenso intorno al leader ungherese.

Budapest non ha tardato a respingere le accuse, liquidando le inchieste come 'notizie false'. Tuttavia, lo scontro che ne è derivato ha rapidamente assunto dimensioni europee. Il primo ministro polacco Donald Tusk ha commentato su X che la notizia non sorprende, rivelando come la Polonia sospettasse da tempo un simile comportamento e spiegando perché intervenga con cautela negli incontri europei. Il collega ministro degli Esteri Radosław Sikorski ha pubblicato l'articolo del Washington Post interpellando direttamente Szijjarto, il quale ha replicato in toni stridenti, accusando i polacchi di mentire per sostenere il Partito di Tisza e minacciando di non concedere un governo 'fantoccio filo-guerra'.

Il tempismo della vicenda non è casuale. Budapest rimane al centro di una delle crisi più critiche nelle relazioni tra l'Ue e i suoi Stati membri, in particolare sul finanziamento a Kiev, dove Orban ha confermato il veto ai 90 miliardi di aiuti europei. A Bruxelles si guarda simultaneamente a due scadenze: la riparazione dell'oleodotto Druzhba, questione centrale nel braccio di ferro con l'Ucraina, e soprattutto l'esito del voto ungherese, che avrà ripercussioni molto oltre i confini magiàri. Nel frattempo, il movimento sovranista dei Patrioti ha annunciato la propria presenza a Budapest per lunedì, con un evento concepito anche per galvanizzare Orban, segnale che la comunità populista europea considera fondamentale la permanenza del premier ungherese al potere.