Lo scenario geopolitico in Medio Oriente sta ridisegnando completamente le strategie energetiche globali. Mentre i giacimenti petroliferi e gli impianti di gas naturale in Iran bruciano e le rotte commerciali attraverso lo stretto di Hormuz rimangono paralizzate, governi e aziende si trovano ad affrontare rincari vertiginosi dei costi energetici. In questa situazione di emergenza, molte nazioni stanno abbandonando le promesse climatiche per tornare al carbone, la fonte fossile più inquinante tra tutte quelle disponibili. Un'inversione di rotta che avrà conseguenze significative sia per l'ambiente che per la credibilità degli impegni mondiali sulla sostenibilità.

In Asia il fenomeno risulta più accentuato. La Corea del Sud ha annunciato il 16 marzo l'intenzione di aumentare il limite massimo di generazione elettrica da carbone, finora fermo all'80 per cento della capacità impianti disponibili, mentre accelererà contemporaneamente i lavori di manutenzione nelle sei centrali nucleari attive sul territorio. Anche il comparto della petrolchimica soffre acutamente la situazione, travagliato dalla penuria di alluminio e zolfo e dall'impennata del prezzo della nafta. Alle Filippine, che soltanto dodici mesi fa avevano registrato per la prima volta in quasi due decenni una contrazione nel consumo di carbone grazie al ricorso al gas naturale liquefatto, il governo dichiara che dovrà aumentare significativamente il ricorso a questa fonte nei prossimi mesi. Le trattative con l'Indonesia per incrementare le importazioni si sono tuttavia complicate: Giacarta ha chiarito che privilegerà la copertura dei propri fabbisogni nazionali.

Altre nazioni asiatiche stanno adottando strategie differenziate. Il Bangladesh ha optato per blackout programmati e generatori diesel, soluzione temporanea ma costosa e inquinante, al fine di compensare il calo nelle centrali a gas. Tailandia, Taiwan e Pakistan stanno a loro volta intensificando la dipendenza dal carbone. Anche le due superpotenze economiche del continente non fanno eccezione: l'India si prepara a fronteggiare una domanda di carbone di proporzioni «inedite» per soddisfare il fabbisogno energetico nazionale, mentre New Delhi prevede un aumento senza precedenti della produzione estrattiva.

Il paradosso è evidente: mentre la comunità internazionale aveva fissato obiettivi ambiziosi per la riduzione delle emissioni, la guerra in Iran sta forzando il ritorno alle fonti più nocive. I paesi dotati di arsenali nucleari consistenti e di infrastrutture rinnovabili sviluppate godono indubbi vantaggi competitivi in questa fase critica. Per tutti gli altri, la strada più rapida e apparentemente praticabile rimane quella del carbone, a costo di compromettere decenni di sforzi per la transizione ecologica. L'instabilità geopolitica sta così cancellando, almeno temporaneamente, il percorso verso un'economia più sostenibile.