La situazione nel Medio Oriente precipita verso una nuova spirale di violenza. Il 22 marzo scorso, Donald Trump ha lanciato un ultimatum al regime iraniano: cessare il blocco dello stretto di Hormuz entro due giorni, altrimenti gli Stati Uniti colpiranno le centrali elettriche iraniane. Una minaccia che non ha sorpreso nessuno conosca minimamente la natura del governo di Teheran. La risposta iraniana è arrivata immediata e senza ambiguità: il regime ha respinto categoricamente le pretese americane e ha controreplcato promettendo attacchi diretti alle infrastrutture energetiche in tutta la regione.

Ciò che emerge con chiarezza è come Trump abbia gravemente sottovalutato la capacità di resistenza dell'Iran. Nonostante tre settimane consecutive di bombardamenti massici, Teheran non ha alzato bandiera bianca. Al contrario, le ultime azioni iraniane dimostrano una straordinaria capacità di colpire bersagli anche molto lontani: impianti di estrazione del gas naturale, la città di Dimona dove risiede un reattore nucleare israeliano, persino la base militare congiunta anglo-americana di Diego Garcia nell'Oceano Indiano, a quattromila chilometri di distanza. Questi colpi successivi confermano che le minacce di rappresaglia iraniana meritano di essere prese molto sul serio.

Il presidente americano persevera nell'affermare che il nemico è praticamente neutralizzato, dichiarazioni ripetute ancora il 22 marzo. Tuttavia ignora completamente un elemento strategico fondamentale: l'Iran non conduce una guerra secondo i parametri convenzionali. Teheran ha elaborato e affina da anni una tattica del caos, una strategia asimmetrica che mira a esaurire il nemico attraverso azioni prolungate e imprevedibili. Il blocco dello stretto di Hormuz non è casuale, ma parte di un disegno più ampio: far lievitare i prezzi del petrolio e del gas per ottenere vantaggi economici, mentre le minacce verso gli stati arabi golfo-persiani alleati di Washington rappresentano un'arma di pressione calcolata, sebbene rischiosa per l'equilibrio delicato della regione.

Teheran ha un unico obiettivo di sopravvivenza: innalzare il costo della guerra a livelli insostenibili, sperando che Trump si arrenda prima di subire il danno politico interno americano. Per il momento il presidente ha scelto di alzare la posta in gioco, moltiplicando i rischi. Lo scenario più pericoloso è ormai a portata di mano: un conflitto lungo, costoso e profondamente impopolare che potrebbe deflagrare rapidamente qualora Trump decidesse di passare dalle minacce ai fatti.