La proposta di legge sulla separazione delle carriere giudiziarie continua a generare forti critiche da parte della magistratura italiana. Al di là delle promesse di maggiore efficienza, gli oppositori della riforma sottolineano come essa potrebbe compromettere l'autonomia dei pubblici ministeri e creare vulnerabilità nel sistema di contrasto alla corruzione e alla criminalità organizzata.

Secondo quanto riportato, il magistrato Nicola Gratteri ha evidenziato mesi fa come ambienti della criminalità organizzata vedano con favore questa riforma. Le sue parole hanno scatenato polemiche tra sostenitori del provvedimento, che lo hanno accusato di equiparare chi vota sì alla mafia. Tuttavia, l'analisi di Gratteri punta a un aspetto specifico: la mafia moderna non ricorre più frequentemente alla violenza, ma punta a infiltrarsi negli apparati dello Stato, gestire appalti e accedere ai centri decisionali. Una riforma che allenti i controlli rappresenterebbe dunque un'opportunità strutturale per questi interessi.

Al momento, il pubblico ministero gode della medesima protezione costituzionale del giudice, garantita dall'articolo 101 della Costituzione, che sancisce l'indipendenza della magistratura dalla legge. Con la separazione delle carriere, il pm rischierebbe di trovarsi isolato e subordinato a una gerarchia ministeriale, esponendolo a pressioni politiche. Secondo i critici, questo cambio avrebbe conseguenze concrete: un magistrato che indaga su un potente saprebbe che il suo percorso professionale dipende da istituzioni influenzabili, riducendo così il coraggio investigativo.

La questione si intreccia con altri elementi della riforma, tra cui l'abolizione del reato di abuso d'ufficio, che funzionava come strumento di controllo per rilevare i primi segnali di collusione tra apparati pubblici e criminalità. Contemporaneamente, la riforma introdurrebbe nuovi reati-distrazione, creando l'illusione di attività investigativa intensa mentre il vero fronte della lotta alla corruzione verrebbe smontato. Il risultato, secondo i detrattori, sarebbe un sistema dove il potere politico e quello criminale potrebbero coesistere senza reciproche interferenze.

Il caso del ministro Delmastro è stato citato come emblematico delle preoccupazioni sollevate: dopo l'entrata in vigore della riforma, quale pubblico ministero avrebbe ancora la forza istituzionale di condurre investigazioni profonde su figure di potere, sapendo che la propria stabilità professionale dipende da organi vulnerabili alle pressioni politiche? Si tratta, secondo gli oppositori, non di isolati conflitti di interessi, ma di un disegno complessivo che ridisegna gli equilibri del sistema giudiziario italiano.