Tra gennaio e febbraio scorsi, mentre Washington e Tel Aviv si preparavano a un conflitto diretto con l'Iran, il capo del Mossad David Barnea presentò ai vertici politici di Israele e degli Stati Uniti una strategia audace: decapitare il comando iraniano e contemporaneamente attivare reti di oppositori locali per provocare sollevamenti popolari capaci di determinare il crollo del regime in tempi brevi. Un'operazione combinata che avrebbe potuto concludere il conflitto rapidamente, almeno sulla carta. La proposta ha rappresentato un elemento centrale nella valutazione dei rischi e delle opportunità di una guerra totale contro Teheran.

Non è dato sapere quanto solida fosse l'informativa che supportava questa tesi. È plausibile che il Mossad, considerata la sua consolidata capacità di penetrazione all'interno del territorio iraniano, disponesse di dati di alto valore. È altrettanto possibile che il piano sia stato presentato usando un linguaggio cauto, sottolineando cioè che lo scenario prospettato era teoricamente realizzabile senza però garantirne l'esito. Tuttavia, è utile esaminare questa vicenda alla luce di quanto noto sulla struttura operativa e le competenze analitiche dell'agenzia di sicurezza israeliana.

Il nome stesso del servizio, che significa letteralmente "Istituto per l'intelligence e servizi speciali", tradisce la sua natura fondamentale: Israele ha creato un'agenzia principalmente orientata all'azione e alle operazioni clandestine, non alla ricerca analitica. Sebbene in alcuni periodi storici, come durante l'intervento in Libano nel 1982 o sotto la direzione di Ephraim Halevy tra il 1998 e il 2002, il Mossad abbia investito in attività di intelligence diplomática, la sua cultura professionale è rimasta radicata nelle funzioni originarie: esecuzione di missioni speciali e raccolta di informazioni sul campo. La capacità di analisi strategica strutturata è stata, nel corso dei decenni, praticamente marginale rispetto a queste priorità operative.

Questa caratteristica organizzativa rappresenta un elemento critico. Nelle ultime due decadi, il Mossad ha concentrato i suoi sforzi in Iran principalmente su operazioni di eliminazione mirata, un settore nel quale ha accumulato competenze e successi riconosciuti. Tuttavia, chi eccelle nel condurre operazioni specifiche potrebbe non possedere gli strumenti concettuali necessari per analizzare sistemi politici complessi e le dinamiche sociali che caratterizzano una società. Le reti di fonti reclutate per eseguire missioni ad alta specializzazione potrebbero fornire informazioni eccellenti su bersagli tattico-strategici, ma potrebbero risultare meno affidabili quando si tratta di mappare il terreno politico nazionale.

La divergenza tra capacità operativa e capacità analitica potrebbe quindi avere inciso sulla qualità della valutazione presentata ai leader americani e israeliani. Un'agenzia abituata a pensare per obiettivi specifici e risultati misurabili potrebbe aver sovrastimato la reazione della popolazione iraniana dopo la morte dei vertici della leadership, ignorando fattori storici, culturali e politici che rendono le previsioni sul collasso di uno Stato-nazione straordinariamente complesse. Come gli eventi hanno successivamente dimostrato, il regime iraniano ha retto l'urto piuttosto meglio di quanto la strategia israeliana ipotizzasse.