La Commissione europea ha riconosciuto in audizione al Parlamento europeo che almeno cinque Stati membri rimangono in una situazione di forte vulnerabilità energetica legata al nucleare russo. Secondo Mechthild Wörsdörfer, vicedirettrice della Direzione Generale Energia dell'esecutivo comunitario, Finlandia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria e Ungheria dipendono ancora dalla tecnologia nucleare di provenienza sovietica, in particolare dai reattori ad acqua pressurizzata di tipo Vver, costruiti secondo standard russi.

Il problema strutturale riguarda principalmente la difficoltà di trovare alternative credibili nel breve termine. Mentre la stragrande maggioranza delle società di gestione dell'energia elettrica nell'Unione può contare su almeno due fornitori diversi di combustibile nucleare, gli impianti Vver rappresentano un'eccezione significativa, restando legati a catene di approvvigionamento controllate da Mosca. Questa situazione complica gli sforzi dell'Europa verso l'indipendenza energetica dal Cremlino.

La Commissione ha confermato che sta elaborando una proposta normativa per mettere fine completamente alle importazioni di combustibile nucleare dalla Russia, anche se al momento non ha fornito dettagli sui tempi di presentazione o sulla forma legislativa che assumerà il provvedimento. Nel frattempo, Bruxelles sta coordinando strategie di diversificazione con i Paesi interessati per ridurre questa dipendenza pericolosa.

Un ulteriore elemento di criticità emerge dall'analisi dell'uranio arricchito: l'Ue continua a importare il 23% del fabbisogno totale dalla Russia, una proporzione considerevole che rappresenta ancora un nodo gordiano della sicurezza energetica europea. Tuttavia, Wörsdörfer ha espresso fiducia nella capacità dell'industria continentale di intensificare i propri sforzi per aumentare le alternative di fornitura e affrancarsi progressivamente da questa dipendenza.