Un sottomarino nucleare sovietico che giace a quasi 1.700 metri di profondità nel Mare di Norvegia continua a rappresentare una minaccia silenziosa all'ambiente marino. Il Komsomolets, affondato nell'aprile del 1989 in seguito a un violento incendio che costò la vita alla maggior parte dell'equipaggio, sta graduamente rilasciando materiale radioattivo nel corso degli ultimi tre decenni. Una nuova ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista Pnas da esperti della Norwegian Radiation and Nuclear Safety Authority ha confermato che il reattore nucleare si sta deteriorando, producendo periodicamente pennacchi visibili di contaminazione radioattiva in punti specifici dello scafo.
Il tragico incidente del 1989 lasciò un'eredità radioattiva complessa nelle profondità oceaniche. Il sottomarino trasportava non solo un reattore nucleare, ma anche due testate nucleari. Negli anni successivi al naufragio, i siluri nucleari furono sigillati nel 1994 dopo che studi iniziali evidenziarono infiltrazioni d'acqua. Da quel momento il governo norvegese ha mantenuto un monitoraggio costante, rilevando regolarmente la presenza di isotopi radioattivi nelle acque circostanti. Questo controllo sistematico ha rappresentato una delle operazioni di sorveglianza ambientale più lunghe della storia marina.
Nel 2019, i ricercatori hanno condotto una campagna di prelievo campioni utilizzando veicoli sottomarini a controllo remoto. Analizzando l'acqua, i sedimenti e gli organismi viventi intorno al relitto, hanno scoperto che il rilascio non avviene in modo costante, bensì in improvvisi picchi legati a specifiche zone deteriorate dello scafo. I dati raccolti hanno rivelato concentrazioni preoccupanti di stronzio e cesio: rispettivamente 400mila e 800mila volte superiori ai livelli normali riscontrabili nel Mare di Norvegia. Un quadro che sembrerebbe allarmante, anche considerando che queste emissioni proseguono ininterrottamente da oltre tre decenni.
Tuttavia, gli esperti hanno osservato un fenomeno rassicurante. A pochi metri di distanza dal sottomarino, la contaminazione radioattiva crolla drasticamente, indicando che gli isotopi rilasciati si disperdono e si diluiscono rapidamente nell'ambiente marino. Secondo lo studio, nonostante le emissioni prolungate, non vi sono evidenze significative di accumulo di radionuclidi negli ecosistemi circostanti. I radionuclidi, una volta dispersi dalla zona critica, vengono trasportati dalle correnti oceaniche senza concentrarsi in specifiche aree.
Ancora, la situazione rimane delicata e merita attenzione costante. Gli scienziati sottolineano l'importanza di proseguire il monitoraggio sistematico, proprio perché il deterioramento del relitto potrebbe accelerare in futuro. La ricerca rappresenta un esempio di come anche decenni dopo un disastro nucleare, la vigilanza internazionale resta fondamentale per proteggere l'ambiente marino e la sicurezza alimentare delle comunità costiere.