Gli spegnimenti di internet stanno diventando uno strumento repressivo sempre più diffuso e sistematico. Secondo il rapporto 2025 di Access Now, organizzazione che monitora questi fenomeni dal 2016, non c'è stato un solo giorno nell'anno appena concluso in cui qualche nazione non abbia deciso di staccare la spina dalla rete. Un dato eloquente che racconta come i governi utilizzano questa arma per soffocare la libertà di informazione, nascondere violenze, brogli e repressioni nei confronti delle loro popolazioni.
I numeri sono allarmanti e in costante crescita. Nel 2025 si sono contati 313 blackout totali in 52 Paesi diversi, superando il precedente record del 2024 che aveva registrato 304 episodi. Nel 2023 la cifra era già drammatica con 289 casi. Tornando indietro fino al 2016, quando Access Now ha iniziato a documentare sistematicamente questi fenomeni, gli spegnimenti erano solo 80. In un decennio, quindi, il numero è aumentato di oltre il 290 per cento, evidenziando una tendenza preoccupante che riguarda il controllo autoritario della comunicazione globale.
Ma il vero problema non è soltanto l'aumento dei Paesi che ricorrono a questa pratica: è soprattutto la frequenza con cui lo fanno. In Myanmar, la popolazione ha subito ben 95 blackout nel corso dell'anno. L'India ne ha registrati 65, il Pakistan 20, la Russia 19 (con effetti che hanno raggiunto anche l'Ucraina), l'Iran 11. Questi numeri trasformano lo spegnimento della rete da evento eccezionale a pratica ricorrente di controllo sociale, lasciando cittadini e attivisti senza la possibilità di documentare e denunciare le violazioni dei diritti umani.
Accanto ai Paesi abituali, nel 2025 ben sette nazioni hanno fatto ricorso per la prima volta agli shutdown di internet. I motivi sono diversificati e variano in base al contesto geopolitico. Albania e Stati Uniti hanno inserito il divieto di TikTok nelle loro strategie: la prima per contrastare presunte violenze minorili alimentate dal social network, la seconda per una sospensione di 14 ore necessaria al trasferimento dei dati e dell'algoritmo a una proprietà americana. Angola, Cambogia, Panama e Papua Nuova Guinea hanno invece giustificato i loro blackout con la necessità di contenere proteste, tensioni confini e combattere la disinformazione. Un caso diverso è quello della Lituania, che ha bloccato due piattaforme russe, VKontakte e Odnoklassniki, allineandosi alle sanzioni dell'Unione Europea contro la Russia per l'invasione dell'Ucraina.
Nonostante questo scenario sempre più buio, dalla società civile emergono anche esempi di resistenza e alcune importanti vittorie nella lotta per mantenere viva la connettività globale. Organizzazioni come Access Now continuano a documentare questi abusi, creando una memoria storica delle violazioni e alimentando campagne internazionali per spingere i governi verso maggiore trasparenza e rispetto dei diritti digitali fondamentali.