Il Tribunale di Milano ha azzerato l'Autorizzazione integrata ambientale (Aia) che il governo Meloni aveva presentato come soluzione definitiva per la gestione dell'ex stabilimento siderurgico Ilva. Tuttavia, la sentenza contiene una contraddizione sostanziale che ora alimenta il conflitto: sebbene annulli il provvedimento, il tribunale non ordina lo stop immediato della produzione, ma concede invece un periodo transitorio di tre anni.

Questa decisione è diventata il cuore della nuova battaglia legale promossa dai cittadini che chiedono la chiusura dell'area a caldo dello stabilimento. Il termine di grazia di tre anni decorre dal 24 agosto 2023, ovvero dalla scadenza dell'ultima Aia precedente. I ricorrenti hanno impugnato il dispositivo della sentenza proprio su questo punto, considerandolo illegittimo e incostituzionale.

Secondo i promotori dell'azione legale, questa proroga viola le indicazioni della Corte di Giustizia Europea, che ha stabilito chiaramente come le proroghe agli impianti già in discussione non possono essere concesse. In altre parole, la Corte europea ritiene che estendere i tempi di operatività per impianti controversi configuri una violazione del diritto ambientale comunitario. Il Tribunale di Milano, secondo questa interpretazione, avrebbe sottoscritto una soluzione che contraddice i principi stabiliti a livello sovranazionale.

La questione dell'ex Ilva di Taranto rimane uno dei dossier ambientali più spinosi d'Italia. La vicenda coinvolge complessi interessi economici, occupazionali e sanitari, rendendo qualsiasi decisione estremamente delicata dal punto di vista politico e sociale. La nuova impugnazione riapre dunque i giochi, spostando il baricentro dello scontro su un aspetto procedurale ma formalmente decisivo: se effettivamente l'Europa vieta le proroghe, il margine di discrezionalità dei tribunali italiani potrebbe risultare più ristretto del previsto.