Il bilancio europeo dell'Italia nella stagione 2025-26 è impietoso. Atalanta travolta 6-0 dal Bayern, Juventus sconfitta 8-0 dal Galatasaray, Inter umiliata 5-0 dal Bodø, Napoli battuto 6-0 dal Psv. Ventcinque reti incassate in poche settimane che raccontano di una superiorità tecnica incolmabile rispetto alle squadre continentali. Tuttavia, almeno una squadra italiana proseguirà nella competizione: la Roma e il Bologna si contenderanno un posto nei quarti di finale dell'Europa League, ultimo baluardo della nostra presenza nelle coppe europee. La Fiorentina, impegnata nella Conference League, prioritaria nella corsa salvezza, non sembra intenzionata a fornire ulteriori rappresentanti italiani.

Questo scenario di declino non stupisce più. Il nostro calcio è ormai abituato ai fallimenti: due Mondiali saltati consecutivamente e il rischio concreto di completare la tristissima collezione con un'assenza anche nel prossimo appuntamento. Unica eccezione luminosa l'Inter di Inzaghi, che negli ultimi tre anni ha conquistato due finali europee, pur incassando cinque gol dal Psg nell'ultimo atto. È lo stile italiano: o si fanno le cose come si deve, o non si fanno affatto.

La responsabilità non risiede nei giornalisti che denunciano questi problemi, accusati talvolta di mantenere visioni retrograde del calcio. La vera ragione è economica e strutturale: le casse sono vuote da tempo. Senza denaro non si acquistano campioni stranieri, senza i migliori talenti non si conquistano i trofei. Le società italiane, prive di guadagni significativi, hanno optato per il contenimento dei costi, sacrificando la qualità dello spettacolo. Chi possiede giocatori di valore preferisce venderli a prezzo elevato piuttosto che costruire progetti competitivi a lungo termine.

La soluzione a questo stallo passa per due strade inevitabili: aumentare i ricavi o ridurre le spese. Finora, il nostro calcio ha scelto la seconda strada. Gli appelli ripetuti negli anni sulla necessità di programmazione, investimenti mirati e visione progettuale sono rimasti inascoltati: il peso dei numeri rossi nei bilanci è ben più concreto di qualunque riflessione editoriale.

L'attenzione si sposta quindi sul derby europeo Roma-Bologna, tra due tecnici di comprovata esperienza: Italiano, abituato a raggiungere finali, e Gasperini, maestro di miracoli tecnici e di creazione di ricchezza per il club. Per il direttore del Corriere dello Sport avrebbe avuto il fascino giusto giocare a Istanbul, ma il destino ha deciso diversamente.

Nel dibattito sulla crisi nazionale spesso si trascura un dato storico rilevante: nel 2010 c'era Lippi e nel 2014 Prandelli sulla panchina della Nazionale, due eccellenze assolute. Dal 16 maggio 2004 non produciamo un vero campione internazionale. Questo suggerisce che attribuire tutto ai maghi della panchina sia una semplificazione eccessiva: il problema è ben più profondo e radicato nelle fondamenta del sistema.