Il cielo di Dubai non è più lo stesso da quando l'Iran ha iniziato a prendere di mira i paesi del Golfo. Il rombo incessante dei jet militari, giorno e notte, è diventato la colonna sonora della paura in una città abituata al lusso e alla sicurezza. I residenti hanno imparato a distinguere i suoni della guerra: il boato secco della contraerea che si attiva, il rombo sordo dell'intercettazione dei missili, il ronzio persistente dei droni. Non sono lezioni che i cittadini occidentali erano preparati a imparare in una metropoli moderna come Dubai.

Chiunque potesse permettersi di partire ha iniziato a farlo. Le scuole sono state chiuse anticipatamente dal governo locale, che ha accelerato le vacanze di Eid al termine del Ramadan. I quartieri dove vivono gli espatriati più facoltosi si stanno progressivamente svuotando. I voli delle compagnie di bandiera emiratine partono continuamente, interrotti solo dagli allarmi aerei che costringono la chiusura dello spazio aereo. Chi non riesce a decollare da Dubai può attraversare il confine in auto verso l'Oman e imbarcarsi da Muscat, dove gli aeroporti lavorano a pieno regime organizzando voli di rimpatrio coordinati dalle varie ambasciate internazionali.

Ma il diritto di fuggire non appartiene a tutti. Il Consolato delle Filippine ha lanciato un messaggio inequivocabile ai suoi cittadini: chi richiede un volo di rimpatrio non sarà più autorizzato a rientrare negli Emirati Arabi Uniti. Per sempre. Questa minaccia colpisce direttamente migliaia di collaboratrici domestiche che lavorano nelle case dei cittadini emiratini e delle famiglie straniere benestanti. È un ricatto destinato a frenare l'esodo della manodopera a basso costo, prevalentemente proveniente dal Sudest asiatico, che letteralmente costruisce e mantiene in funzione Dubai e tutti i suoi servizi.

La popolazione della città è composta per il 90% da stranieri provenienti da quasi duecento nazionalità diverse, e la maggior parte di loro non ha il lusso di scappare. Come hanno sottolineato alcuni utenti in un post diventato virale su Instagram nei giorni scorsi, per molti abitanti Dubai non rappresenta un'aspirazione di lusso con brunch e beach club esenti da tasse. Per loro è semplicemente il luogo dove il lavoro esiste, dove le famiglie dipendono dallo stipendio mensile, dove andarsene significa perdere tutto senza certezza di poter tornare. Non è una decisione che si prende prenotando un biglietto aereo.

La tensione geopolitica ha messo brutalmente in luce le disuguaglianze economiche e sociali che caratterizzano gli Emirati da anni, una realtà spesso nascosta dietro la facciata di modernità e prosperità. Mentre chi ha risorse finanziarie può scegliere se stare o andare, centinaia di migliaia di lavoratori vulnerabili rimangono intrappolati in una situazione che non hanno creato e non possono controllare. La guerra non colpisce tutti allo stesso modo, e a Dubai questa lezione è diventata dolorosamente evidente.