La Repubblica islamica dell'Iran ha costruito negli ultimi anni una macchina economica sommersa quanto sofisticata: trasformare l'elettricità a prezzo stracciato in bitcoin globalmente scambiabili. Un'operazione redditizia che aggirava brillantemente le restrizioni finanziarie imposte dall'Occidente. Oggi però questa struttura vacilla sotto i colpi della guerra, con conseguenze imponderabili per un'economia già in ginocchio.
Tutto è iniziato nel 2019, quando il governo di Teheran ha legalizzato il mining industriale di criptovalute, permettendo agli operatori autorizzati di funzionare sotto controllo statale. La vera leva è stata però la fissazione del prezzo dell'elettricità industriale a mezzo centesimo di dollaro per chilowattora: una cifra da fantascienza che abbatte il costo di produzione di un singolo bitcoin a circa 1.320 dollari, quando la media mondiale si attesta sui 87mila. Un margine di profitto inimmaginabile. Una volta venduti sui mercati globali a 68mila dollari l'uno, questi asset generavano circa un miliardo di dollari annui di entrate nascoste, in grado di finanziare il regime aggirando ogni controllo bancario internazionale.
Secondo le ultime stime, almeno 700mila macchine dedicate al mining continuano a consumare 2.000 megawatt dalla rete nazionale iraniana. Un carico pesantissimo: la compagnia statale Tavanir attribuisce già al settore cripto il 20% del deficit energetico complessivo, tanto da imporre blocchi periodici per evitare il collasso della rete. Ma questi erano problemi domestici, gestibili. I veri guai arrivano da Israele.
Dagli ultimi mesi del 2025, Tel Aviv ha intensificato i bombardamenti contro i siti energetici iraniani, colpendo impianti critici e infrastrutture di distribuzione. Jakub Zurawinski, responsabile della società di pagamenti cripto Ari10, spiega il dramma con crudezza: le operazioni di mining non si possono mettere in pausa quando l'energia diventa intermittente. Semplicemente si arrestano e basta. Non c'è margine per la degradazione progressiva: blackout significa perdita totale di produttività, e per un'industria che vive di margini sottili, è una sentenza di morte.
Ci sono anche buone notizie, almeno per il bitcoin globale. Zurawinski ricorda che il crollo del mining iraniano non comporterebbe instabilità mondiale, poiché i miner di altre nazioni compenserebbero rapidamente la diminuzione di potenza computazionale da Teheran. Il danno rimane circoscritto al regime iraniano, che perderebbe una delle poche valvole di sfogo economiche in un'era di isolamento finanziario totale. Una guerra non dichiarata sul fronte invisibile della moneta digitale, dove l'Iran stava silenziosamente vincendo, fino a quando non è iniziato a perdere tutto.