L'Unione europea mantiene la linea dura nei confronti del Cremlino, ma le crepe all'interno del blocco comunitario si allargano. Dopo una trattativa al fotofinish, gli ambasciatori dei 27 Paesi hanno dato il via libera alla proroga fino al 15 settembre della lista delle sanzioni personali che colpisce oltre 2.600 individui ed enti legati all'apparato bellico russo. Si tratta di misure che includono il congelamento dei beni, i divieti di circolazione e lo stop ai finanziamenti. La decisione è stata raggiunta solo dopo che Ungheria e Slovacchia hanno ritirato il loro veto all'ultimo momento, evitando così che il regime sanzionatorio decadesse nelle prossime ore.

Tra le persone colpite figura anche l'oligarca russo Mikhail Fridman, nonostante la Corte di giustizia europea abbia annullato le restrizioni nei suoi confronti lo scorso aprile. Il messaggio ufficiale dei 27 resta quello di un sostegno incrollabile a Kiev, ma dietro le quinte le tensioni rimangono alte. Rimangono infatti bloccati dal veto ungherese sia il ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca che un prestito di 90 miliardi destinato all'Ucraina. I ministri degli Esteri torneranno a discuterne lunedì a Bruxelles, anche se gli osservatori ritengono difficile che ci siano progressi prima delle elezioni ungheresi del 12 aprile.

Il vero fronte di scontro rimane quello energetico. Viktor Orban, impegnato nella sua campagna elettorale, continua ad attaccare Bruxelles e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky per il blocco dell'oleodotto Druzhba, che trasporterebbe petrolio russo attraverso l'Ungheria. In un video pubblicato sui social, il premier ungherese ha affermato che l'Europa «non vede la realtà» e che «non può risolvere la crisi energetica senza il petrolio russo a basso costo», adottando così la linea di Donald Trump. Ha poi accusato duramente Zelensky, dichiarando: «È tempo di respingere il suo ricatto. Non darà ordini qui».

La questione energetica rispecchia una frattura più ampia all'interno del continente. Sempre più Paesi richiedono misure d'emergenza per affrontare i rincari legati ai conflitti geopolitici, mentre rimane divisa la riforma del sistema di scambio di quote di emissione. Il tema tornerà sul tavolo lunedì durante il G7 Energia, dove la Commissione europea tenterà di convincere il governo di Kiev a intervenire per stemperare le posizioni di Budapest. La stessa Ursula von der Leyen sta preparando una proposta di «scudo» energetico da sottoporre ai leader europei nella riunione del 19-20 marzo, nel tentativo di presentare un'architettura più coesa di fronte alle sfide in corso.