Nella già accesa discussione sulla riforma della magistratura in programma per il prossimo referendum, rimane sorprendentemente poco dibattuto un aspetto che potrebbe rivelarsi cruciale: il destino dei seimila operatori che compongono l'Ufficio del Processo. Si tratta di professionisti con laurea in Giurisprudenza, selezionati attraverso concorso nazionale e assunti con contratti a termine finanziati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Secondo quanto evidenziato in una riflessione sottoposta al dibattito pubblico, la vittoria del Sì comporterebbe oneri finanziari significativi legati alla duplicazione del Consiglio superiore della magistratura, alla creazione di un'Alta Corte Disciplinare e all'apertura di nuove sedi per questi organismi. A queste spese si aggiungerebbero le risorse necessarie per bandire due distinti concorsi, uno per i magistrati giudicanti e un altro per quelli inquirenti. Di fronte a questi aggravi di bilancio in un apparato giudiziario già sofferente per carenza di risorse umane, il rischio concreto è che vengano sacrificati proprio i fondi destinati al supporto amministrativo dei giudici.

Chi sostiene il No al referendum punta l'attenzione su un elemento spesso marginale nel dibattito: questi operatori, dopo anni di servizio caratterizzato da turni pesantissimi e scarsissima possibilità di usufruire di ferie o periodi di studio, hanno accumulato un'esperienza e competenze specifiche nel settore della digitalizzazione e dell'accelerazione dei processi. La loro perdita comporterebbe non solo uno smaltimento inefficiente di questa professionalità maturata, ma anche un rallentamento tangibile dell'efficienza della macchina giudiziaria, proprio nel momento in cui i cittadini reclamano tempi processuali più certi e rapidi.

Gli operatori dell'Ufficio del Processo hanno contribuito in modo misurabile al raggiungimento degli obiettivi prefissati dal Pnrr, operando come forza lavoro ad altissima qualificazione in una struttura già fragile. La loro stabilizzazione, secondo quanto prospettato dalle critiche al Sì referendario, dovrebbe diventare un caposaldo della campagna per il No, non tanto come questione sindacale, quanto come elemento strategico per garantire una giustizia effettivamente più veloce e affidabile. Chi ha esperienza diretta di questi uffici sottolinea come sarebbe contraddittorio perseguire il miglioramento della giustizia attraverso riforme istituzionali mentre contemporaneamente si smantella l'infrastruttura umana che ne garantisce il funzionamento concreto.