Lo scontro sul futuro della giustizia italiana si accende a una settimana dal ballottaggio referendario. Mario Monti ha dichiarato pubblicamente che voterà contro la riforma, non per opporsi al governo Meloni bensì per preservare l'equilibrio costituzionale del Paese. In un'intervista al Corriere della Sera, l'ex presidente del Consiglio ha sottolineato che il provvedimento comporterebbe un trasferimento significativo di poteri dall'apparato giudiziario verso l'esecutivo, un cambio di equilibri che definisce "molto preoccupante" nonostante possa apparire marginale a prima vista.

Monti ha sviluppato un'analisi più ampia della linea politica governativa, suggerendo che la riforma sulla magistratura si inscrive in un progetto più vasto di ridimensionamento dei contrappesi istituzionali. Ha menzionato specificamente il premierato e i recenti cambiamenti alla legge elettorale come interventi coerenti con questa strategia. Secondo l'ex premier, l'insofferenza dell'esecutivo verso i provvedimenti della magistratura e della Corte dei Conti rappresenta il filo conduttore di queste modifiche normative, che avrebbero l'effetto di indebolire i presidi dello Stato di diritto.

Da parte sua, la premier Giorgia Meloni ha articolato la propria difesa della riforma in un'intervista a Il Dubbio, sostenendo che la lentezza e l'inefficienza del sistema giudiziario rappresentano un ostacolo concreto per il funzionamento della Repubblica. Ha evidenziato come le decisioni dei magistrati incidano trasversalmente su molteplici ambiti della vita civile, dalla sicurezza all'immigrazione, dal lavoro alla salute e alle libertà individuali. La premier ha sottolineato che questo potere enorme non è accompagnato da forme adeguate di responsabilità diretta verso i cittadini.

Meloni ha caratterizzato il provvedimento come una "riforma corale", implicando che rappresenta un interesse generale piuttosto che una misura settoriale del governo. Ha evidenziato il paradosso di un sistema in cui il potere giudiziario opera con ampi margini d'azione ma senza meccanismi di rendicontazione comparabili a quelli richiesti agli altri rami dello Stato. La dialettica tra i due schieramenti tocca il cuore della questione costituzionale: se la riforma rappresenti una razionalizzazione necessaria o una pericolosa concentrazione di poteri nell'esecutivo.

Il referendum del 22 e 23 marzo diviene così banco di prova non solo per la riforma della magistratura ma per la direzione stessa che assumerà l'ordinamento italiano nei prossimi anni. La posizione di Monti, figura istituzionale rispettata anche dai critici, aggiunge peso al fronte del "no" proprio mentre il governo intensifica la campagna per il "sì". Il voto si preannuncia cruciale per definire se prevalga la visione di una giustizia più efficiente e responsabile oppure la preoccupazione per il mantenimento degli equilibri tra i poteri dello Stato.