La transizione verso la mobilità elettrica in Italia procede a velocità ridotta. Se da un lato il numero di punti di ricarica pubblici cresce sulla carta, dal basso emergono due criticità che rischiano di rallentare significativamente l'obiettivo di un'Italia in linea con gli standard europei. Da una parte, l'assegnazione dei fondi europei fa fatica a decollare; dall'altra, molte infrastrutture già realizzate rimangono nel limbo burocratico e tecnico.
Il PNRR aveva fissato un obiettivo ambizioso: realizzare circa 21mila punti di ricarica pubblica entro il 2026, distribuiti tra centri urbani (13.755 stazioni) e corridoi extraurbani e autostradali (7.500 punti). Lo stanziamento complessivo ammonta a oltre 713 milioni di euro, con l'Unione Europea che copre fino al 40% dei costi di realizzazione. Numeri imponenti su carta, ma che faticano a tradursi in realtà concreta. Il Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica aveva messo in palio circa 360 milioni solo per la ricarica nelle aree urbane, eppure negli primi turni di assegnazione sono stati distribuiti appena 55 milioni di euro, ossia meno del 16% delle risorse disponibili. Una risposta delle imprese molto al di sotto delle attese.
Ma il problema non riguarda solo i soldi non spesi. Secondo i dati di Motus-e relativi al 2025, in Italia risultano installati oltre 73mila punti di ricarica pubblici. Un numero che potrebbe sembrare rassicurante, se non fosse per un dettaglio cruciale: circa il 15% di queste infrastrutture, ovvero più di 10mila colonnine, non è ancora operativo. Sono stazioni fisicamente presenti sul territorio nazionale, ma non ancora utilizzabili dagli automobilisti. Il ritardo nella messa in esercizio dipende principalmente da due fattori: i tempi tecnici necessari per il collegamento alla rete elettrica nazionale e le lungaggini delle procedure autorizzative a livello locale, che in numerosi casi si rivelano colli di bottiglia insormontabili.
Questa situazione rappresenta una sfida organizzativa ed economica per gli operatori del settore. Da un lato, il denaro pubblico destinato rimane bloccato nelle casse dello Stato; dall'altro, gli investimenti già effettuati per installare le colonnine non generano ancora ritorno economico. Gli automobilisti, intanto, si trovano dinanzi a un'infrastruttura incompiuta che non facilita il passaggio ai veicoli elettrici, uno dei pilastri della transizione ecologica europea.
La sfida ora consiste nel velocizzare sia l'assegnazione dei fondi rimasti disponibili che l'attivazione delle stazioni già presenti. Il termine del 2026 fissato dal PNRR si avvicina, e i ritardi accumulati potrebbero trasformarsi in un'occasione mancata per il Paese, sia in termini di investimenti europei che di reputazione internazionale nel settore della mobilità sostenibile.