L'Italia sta movimentando i suoi tavoli diplomatici internazionali per portare il nucleare nel Paese entro i prossimi decenni. Delegazioni governative hanno già visitato il Canada per approfondire le tecnologie dei mini-reattori modulari (SMR), mentre contemporaneamente Roma ha avviato trattative con i francesi, negoziazioni con la statunitense Westinghouse e discussioni con il colosso sudcoreano Korea Hydro & Nuclear Power. Secondo quanto riportato da Bloomberg, lo scopo è individuare il partner tecnologico più adatto per riprendere un'attività industriale interrotta nel 1990 con lo spegnimento dell'ultimo impianto italiano.

La spinta decisiva verso questa rotta nucleare nasce dalla fragilità strutturale dell'approvvigionamento energetico mondiale. Il conflitto in corso in Iran ha creato un collo di bottiglia grave nello Stretto di Hormuz, il cruciale passaggio attraverso il quale transita una quota significativa del petrolio e del gas naturale destinato ai mercati europei. Questa situazione ha convinto l'esecutivo che diversificare le fonti di energia rappresenta ormai una priorità strategica irrinunciabile per garantire l'indipendenza e la stabilità dei rifornimenti.

Sulla carta, gli obiettivi sono ambiziosi ma ancora in fase di definizione. Il Piano Nazionale Energia e Clima prevede l'installazione di 8 gigawatt di capacità nucleare entro il 2050, corrispondente all'11% della domanda elettrica nazionale. Tuttavia, scenari più aggressivi, discussi negli ambienti governativi e tra gli operatori di mercato, ipotizzano di raggiungere i 16 gigawatt nello stesso arco temporale. Il Canada emerge come il principale partner di riferimento per gli SMR, reattori di piccole dimensioni teoricamente costruibili in tempi più brevi e con investimenti inferiori rispetto ai grandi impianti convenzionali. La Francia potrebbe fornire soluzioni tecnologiche compatibili con l'industria locale, mentre Westinghouse rappresenta anche una scelta strategica legata ai rapporti con Washington.

Il percorso legislativo è già in movimento da fine 2025. Un disegno di legge delega è attualmente sottoposto all'esame delle commissioni della Camera, dove oltre novanta stakeholder sono stati già auditi a partire da febbraio. L'auspicio del governo è di portare il testo in aula entro l'estate e ottenere l'approvazione definitiva da parte di entrambi i rami del Parlamento. Una volta passato questo scoglio normativo, sarebbe possibile avviare il processo di pianificazione strategica nazionale e l'emanazione dei decreti esecutivi necessari al progetto.

Ma il cammino verso la riapertura nucleare italiana presenta ostacoli considerevoli. Innanzitutto, il Paese ha accumulato quasi quattro decenni di lontananza dal settore, comportando una perdita sostanziale di competenze e infrastrutture interne che dovrà essere colmata con aiuti esterni. Secondariamente, la memoria storica pesa: gli italiani hanno respinto il nucleare in due referendum distinti, e una terza consultazione popolare non è esclusa. I siti ipotizzati per i nuovi impianti sarebbero quelli dove sorgevano le vecchie centrali, ma la complessità sismica che caratterizza gran parte del territorio nazionale rappresenta un ulteriore elemento di complicazione nella valutazione della fattibilità e della sicurezza.