Mario Monti scende in campo contro la riforma costituzionale al centro del prossimo referendum. In una dichiarazione rilasciata al Corriere della Sera, l'ex presidente del Consiglio e senatore a vita ha reso pubblica la sua intenzione di votare No, spiegando le ragioni di una scelta che definisce tutt'altro che scontata. Secondo Monti, il voto non rappresenta un'azione politica mirata a indebolire l'attuale governo, del quale ha riconosciuto in passato alcuni meriti, né tantomeno un favore alle forze di opposizione. La questione, sostiene, è di ben altra portata e riguarda la preservazione di un principio cardine della democrazia italiana.

Il motivo del rifiuto affonda le radici in una preoccupazione costituzionale di fondo: per Monti, questa riforma comporterebbe un rischio concreto di compromettere lo Stato di diritto nel paese e nel contesto internazionale. L'effetto principale della norma sarebbe, a suo giudizio, uno spostamento dell'equilibrio tra i tre poteri, con un conseguente rafforzamento della capacità decisionale dell'esecutivo a detrimento dell'indipendenza giudiziaria. Una dinamica che l'ex premier descrive come potenzialmente pericolosa, paragonandola a uno smottamento che, sebbene inizialmente circoscritto, potrebbe degenerare in una frana di proporzioni ben maggiori.

Monti individua un filo conduttore nelle scelte legislative dell'attuale governo, un'intenzione diffusa di indebolire alcuni dei presidi istituzionali che presidiano la legittimità dello Stato. L'ex presidente cita come esempio l'insofferenza ripetutamente manifestata dall'esecutivo quando la magistratura o gli organi di controllo come la Corte dei Conti hanno bloccato o sanzionato specifici atti amministrativi. Questa tendenza, a suo avviso, non è isolata ma parte di una visione coerente che unisce diversi provvedimenti normativi orientati nella medesima direzione.

La preoccupazione di Monti abbraccia un quadro più ampio che include anche altre recenti iniziative governative. Fa riferimento alla riforma sul premierato, pensata per aumentare la governabilità attraverso una maggiore concentrazione di potere nelle mani del premier, e alla nuova legge elettorale proposta di recente, dotata di meccanismi calibrati per potenziare significativamente la capacità della coalizione di maggioranza di controllare il parlamento. Tutte queste misure, nella lettura dell'ex premier, convergono verso l'obiettivo di limitare gli spazi di azione dei tradizionali contrappesi democratici, considerati come impedimenti inaccettabili al perseguimento dell'agenda governativa.