Una crisi istituzionale senza precedenti sta attraversando Israele. Domenica scorsa, il premier Benjamin Netanyahu e il suo esecutivo hanno ufficialmente dichiarato che non intendono conformarsi a una sentenza della massima corte del Paese rilasciata il 17 giugno. La decisione riguarda l'Autorità di controllo delle trasmissioni televisive: la Corte Suprema aveva ordinato al governo di ricostituire il Consiglio della Seconda Autorità per la Radio e la Televisione, che il ministro delle Comunicazioni Karhi aveva disciolto illegittimamente secondo i giudici. Il rifiuto del governo rappresenta un passaggio simbolico cruciale nel progressivo indebolimento dei contrappesi democratici nel Paese.

Secondo gli esperti, tuttavia, l'obiettivo reale va molto oltre il controllo dei media. Questa sfida aperta alle istituzioni giudiziarie getta le fondamenta per una strategia ben precisa: delegittimare le elezioni di ottobre e contestarne i risultati, sulla scia del modello già sperimentato negli Stati Uniti. Il governo intende costruire una narrazione secondo cui il voto sarà stato manipolato e privo di validità, mentre contemporaneamente indebolisce l'autorità della stessa Corte Suprema, facendola apparire non credibile. In questo modo, neppure una sconfitta elettorale potrebbe obbligare Netanyahu ad accettare il responso dei cittadini.

Questa strategia rappresenta l'ultimo capitolo di un lungo conflitto tra l'esecutivo e le istituzioni che risale agli inizi dei procedimenti giudiziari contro lo stesso Netanyahu. Personalità di primo piano della coalizione governativa, tra cui il presidente della Knesset e il ministro della Giustizia, hanno iniziato a mettere in discussione la legittimità del capo della Corte Suprema, il giudice Amit. Privato dei freni costituzionali che lo limitavano, il governo opera ormai con libertà d'azione sostanzialmente illimitata, alimentando una situazione di anarchia istituzionale che serve un unico proposito: impedire una transizione di potere che i sondaggi dipingono come praticamente inevitabile.

Un ulteriore indicatore di questa deriva è rappresentato dal ruolo sempre più centrale del Canale 14, un'emittente privata completamente schierata con il governo. Questo network costituisce uno dei rari spazi in cui Netanyahu si concede apparizioni pubbliche, sebbene in forma controllata: i giornalisti del canale gli pongono domande concordate in anticipo, trasformando le interviste in semplici esercizi di propaganda. Nel frattempo, tutti gli altri media israeliani – dai quotidiani alle reti televisive indipendenti – continuano a registrare sondaggi che preannunciano una netta sconfitta della coalizione governativa.