Nella provincia brindisina è stata allestita una soluzione abitativa d'emergenza che sta sollevando preoccupazioni serie: 56 braccianti stranieri, tutti in possesso di permesso di soggiorno valido e con contratti di lavoro regolare, sono stati collocati in una struttura del tutto inadeguata. Si tratta di un vecchio impianto di produzione di combustibile derivato da rifiuti, situato nella zona industriale della città. La scelta è stata criticata perché l'area è formalmente vietata per gli insediamenti umani proprio a causa dei rischi connessi alle attività industriali limitrofe.

A pochi metri da dove questi lavoratori dormono e vivono si trova l'Ipem, il più grande deposito italiano di gas di petrolio liquefatto. La zona è caratterizzata dalla presenza di grandi sfere bianche di stoccaggio e rappresenta un'area potenzialmente pericolosa per deflagrazioni. Gli ospiti dell'accampamento descrivono condizioni di vita estremamente difficili: mancano completamente servizi di base come supermercati, negozi e strutture pubbliche. Il commercio più vicino dista almeno 4 chilometri, una distanza considerevole che costringe i lavoratori a lunghi spostamenti a piedi o in bicicletta.

La decisione amministrativa di utilizzare questo spazio deriva dalla necessità di liberare il dormitorio cittadino precedente per realizzare un progetto definito "casa delle culture", finanziato con fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Secondo quanto riferito dai rappresentanti locali, il mancato completamento del progetto avrebbe comportato la perdita dei finanziamenti europei. Tuttavia, la soluzione adottata ha traslato il problema piuttosto che risolverlo, relegando i lavoratori in condizioni ancora più marginali.

Le testimonianze dei braccianti raccontano di quotidianità complicate: molti di loro pedalano ogni giorno sotto il sole estivo per raggiungere i campi dove lavorano nella raccolta di ortaggi, carciofi e meloni che riforniscono i mercati di tutta Italia. La preparazione dei pasti avviene con bombole di gas in un contesto privo delle minime attrezzature. All'interno dell'accampamento, ancora visibile l'iscrizione originaria "Entrata Scarico" sulla rete metallica dove vengono parcheggiate le biciclette e dove asciugano panni e coperte. Le tende sono allestite sotto i vecchi capannoni della struttura dismessa.

Mentre questi 56 lavoratori hanno almeno uno status documentale regolare, altri colleghi privi di documenti o impiegati in nero rimangono dispersi nel territorio brindisino senza possibilità di accesso a questa sistemazione. La situazione genera contrasto con l'immagine storica di Brindisi, città che negli anni Novanta era conosciuta come polo di accoglienza e che aspirava persino a ricevere il Nobel per la pace. Il fatto che sia ancora in carica lo stesso sindaco dell'epoca rende ancora più evidente il cambio di rotta nelle politiche di integrazione e assistenza ai migranti lavoratori.