La situazione nello Stretto di Hormuz precipita in una spirale di violenza incontrollata. Per il secondo giorno di fila, le forze armate americane hanno lanciato attacchi aerei contro posizioni iraniane, colpendo circa ottanta obiettivi militari tra sistemi difensivi, centri di comando e oltre sessanta unità navali delle Guardie della Rivoluzione. Questi raid rappresentano la risposta statunitense agli assalti contro tre navi commerciali, attribuiti a Teheran nei giorni precedenti. La reazione iraniana non si è fatta attendere: nella stessa giornata il Paese ha lanciato droni kamikaze e missili contro installazioni militari americane dislocate in Kuwait, Qatar e Bahrein, colpendo anche un drone MQ-9 della marina americana. Secondo il Pentagono, le armi iraniane sarebbero state intercettate o non avrebbero causato danni significativi, sebbene fonti iraniane sostengono il contrario.
La guerra verbale accompagna gli scontri militari. Dal vertice Nato di Ankara, il presidente americano Donald Trump ha dichiarato che «la tregua è finita» e ha definito gli iraniani con termini offensivi, promettendo una risposta «dieci volte più violenta». Da Teheran arriva una reazione composta: il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha affermato che l'Iran «non scende al livello della volgarità» ma risponde «attraverso i fatti». Il presidente del parlamento iraniano Qalibaf ha lanciato un avvertimento significativo: «l'era del bullismo internazionale è conclusa». Minacce ancora più dirette provengono da Ebrahim Rezaei, che ha menzionato l'isola di Kharg come possibile bersaglio.
Le conseguenze economiche sono già devastanti. Secondo i dati raccolti dall'agenzia Bloomberg, il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz è tornato quasi completamente paralizzato. Solo poche navi riescono a navigare sulla rotta principale vicino alle coste iraniane, fra cui una superpetroliera già colpita da sanzioni internazionali. È probabile che alcuni natanti abbiano disattivato i propri sistemi di identificazione per non essere individuati dai belligeranti. Nel mercoledì precedente il movimento era già calato drasticamente: solo 14 imbarcazioni avevano attraversato lo Stretto in entrambe le direzioni, a fronte di una media di 34 navi al giorno durante il mese di giugno, quando era in vigore il fragile cessate il fuoco.
La comunità internazionale chiede una de-escalation immediata. Il segretario generale dell'Onu António Guterres e il governo pakistano, che ricopre un ruolo di mediatore, hanno esortato entrambe le parti a mostrare moderazione. Il segretario generale della Nato Mark Rutte ha invece giustificato i raid americani come reazione legittima alla violazione degli accordi di tregua. Sul fronte economico, i prezzi del petrolio stanno risalendo bruscamente a causa dell'interruzione del traffico marittimo. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa circa un terzo del petrolio commerciato via mare a livello mondiale, rimane il collo di bottiglia geopolitico più critico del Medio Oriente, e la sua chiusura anche parziale ha ripercussioni globali immediate sui mercati energetici.