Lo spettacolo unitario della sinistra italiana si è rivelato fragile già al primo banco di prova. A Napoli, dove il Campo Largo guidato da Elly Schlein, Angelo Bonelli e Giuseppe Conte intendeva mostrare forza e compattezza, è emersa invece una frattura profonda con quella porzione più estremista dello schieramento che per anni ha ricevuto protezione e voti dalla grande coalizione progressista. Protagonista della contestazione è stato Potere al Popolo, formazione dichiaratamente comunista e anticapitalista, che ha trasformato l'evento in una piazza di dissenso verso i vertici dell'opposizione.
Alla guida di questa protesta figura Giuliano Granato, classe 1985, napoletano di formazione e di battaglia politica. Granato è il portavoce nazionale di Potere al Popolo dal 2021, ruolo raggiunto dopo aver già tentato la scalata istituzionale candidandosi presidente della Regione Campania nel 2020. La sua biografia professionale rivela un percorso coerente con gli insegnamenti che predica: laureato in Relazioni Internazionali presso l'Università Orientale di Napoli, ha trascorso un periodo a Londra operando nel settore del recupero di persone in situazioni di disagio e dipendenza. Oggi collabora con testate come Il Fatto Quotidiano e Left, oltre a partecipare regolarmente a trasmissioni radiofoniche.
Nelle sue dichiarazioni pubbliche, Granato articola una critica serrata al sistema politico ed economico italiano. In un'intervista rilasciata un anno fa sosteneva che disagio e rabbia sociale rappresentano condizioni psicologiche ormai strutturali della popolazione, non circoscritte alla sola dimensione materiale. Secondo il leader di Potere al Popolo, il blocco di potere dominante riesce attualmente a incanalare tale malcontento verso capri espiatori artificiali, come gli immigrati, oppure lo trasforma in rassegnazione e frustrazione. Da questa analisi scaturisce la sua proposta di un polo politico indipendente, alternativo tanto al centrodestra quanto alla sinistra istituzionale.
Le radici della visione di Granato affondano in una nostalgia per quella stagione iniziale del movimento socialista e comunista internazionale, quando il futuro sembrasse dalla parte del cambiamento strutturale. Quella forza prometteva non semplici incrementi salariali, bensì una vera trasformazione dei rapporti di potere nella società. La sua azione politica rappresenta un tentativo di recuperare quella spinta trasformativa, oggi secondo lui neutralizzata dalle alleanze con forze moderate. Lo scontro a Napoli è pertanto sintomatico di una tensione più ampia: la sinistra radicale, cresciuta all'ombra del Campo Largo, reclama oggi autonomia e primato ideologico, rifiutando il ruolo di gregaria in una coalizione che giudica compromessa con il sistema.