Nel calcio italiano sembra essersi consolidato un meccanismo collaudato: quando una società o un tecnico ha bisogno di recuperare credibilità agli occhi dell'opinione pubblica, basta una mossa infallibile. Marcare le distanze dall'era Allegri al Milan. È una carta che brucia facilmente, eppure continua a funzionare.

Lo ha fatto notare nella giornata di ieri l'ex tecnico del Manchester United, il quale durante una conferenza stampa ha sollevato il tema del confronto diretto tra il suo operato e quello della precedente gestione tecnica rossonera. Un'occasione che il nuovo corso milanista non si è lasciato sfuggire per tracciare un solco netto rispetto al passato.

Questo atteggiamento rispecchia una tendenza ormai consolidata: ogni volta che la narrativa attorno al Milan diventa complessa o poco entusiasmante, ecco puntuale la critica rivolta al periodo allegriniano. È diventata quasi una costante della comunicazione calcistica italiana, uno strumento di facile utilizzo per riconquistare simpatia e fiducia nel breve termine.

La questione non è banale. Rivela come il calcio italiano, e in particolare l'ambiente milanista, tenda a cercare capri espiatori piuttosto che affrontare questioni strutturali più profonde. Il nome di Allegri si presta perfettamente a questo ruolo: basta evocarlo in negativo e il gioco pubblico gira quasi automaticamente a favore di chi parla.

Resta da vedere se questo approccio rappresenti una vera strategia di rilancio o sia soltanto una fase iniziale di una gestione che dovrà poi dimostrarsi sul campo con risultati concreti e gioco convincente.