Giuseppe Cederna arriva a Spoleto con una storia personale che dialoga perfettamente con il progetto che lo ospita. L'attore, scrittore e viaggiatore si cimenta infatti in una lettura-spettacolo dedicata a San Pietro, il personaggio evangelico per eccellenza del fallimento e della risalita. Lo spettacolo, in programma il 9 luglio all'Auditorium della Stella, è parte di una rassegna articolata in cinque serate intitolata "Le radici di mezzo mondo", concepita e diretta da Michele Santeramo, dove cinque interpreti diversi accompagnati dallo stesso autore e dal musicista Sergio Altamura ridanno vita a figure bibliche attraverso una lettura completamente laicizzata e contemporanea.

La scelta del personaggio di Pietro non è casuale. La parabola dell'apostolo si costruisce attorno a momenti cruciali di sconfitta: la paralisi di fronte alle acque agitate quando Gesù lo invita a camminare, l'abbandono nel giardino di Getsemani, il triplice tradimento finale. "Ogni caduta rappresenta un punto di frattura ma anche di trasformazione," spiega Cederna, ravvisando in questa dinamica una struttura narrativa che richiama i grandi protagonisti della letteratura mondiale, da Ulisse a Conrad fino a Stevenson. L'attore intende già trasformare questo lavoro in uno spettacolo autonomo per la prossima stagione teatrale.

Ma ciò che conferisce particolare profondità alle sue parole è l'autobiografia celata dietro questa interpretazione. Cederna ripercorre un capitolo doloroso della sua vita professionale: il crollo avvenuto negli anni '90, subito dopo il successo che lo aveva accompagnato con il film "Mediterraneo". In quel periodo, racconta, tutto si disintegrava simultaneamente. Scomparve il lavoro, l'agente lo abbandonò, la relazione sentimentale terminò, suo padre stava affrontando la malattia terminale. Una convergenza di rovine che, aggiunge con lucidità, diventa ancora più lacerante quando sei una figura pubblica: l'obbligo di mantenere una maschera sociale mentre collassi interiormente.

"Ho trovato salvezza trasformando quella sofferenza," confessa l'attore. Il dolore si è convertito in pagine di giornalismo, in viaggi che alimentavano la curiosità, in un libro dedicato all'India e alle sue complessità umane. La caduta, paradossalmente, gli ha strappato di dosso le falsità dell'ego e le illusioni legate al successo esteriore. Un'esperienza che lo ha consegnato a se stesso, autentico e smascherato. "Sono grato a quel fallimento perché mi ha reso la persona che sono oggi," afferma con consapevolezza. Riflessioni che, osserva, risuonano particolarmente negli animi dei giovani, spesso dilaniati da dubbi e insicurezze nel navigare un mondo che premia solo la vittoria apparente.