Mauricio Pochettino, commissario tecnico degli Stati Uniti, si è trovato di fronte a un bivio che raramente accade nella storia dello sport: l'opportunità di opporsi pubblicamente a un abuso di potere e di riaffermare i principi fondamentali dell'etica sportiva. Invece, l'ha lasciata passare. La questione ruota intorno a Folarin Balogun, attaccante statunitense che era stato squalificato dalla Fifa a seguito di un'espulsione rimediata durante il match contro la Bosnia. La sanzione però è stata revocata d'ufficio su pressione diretta del presidente Donald Trump, un intervento senza precedenti che ha trasformato una decisione tecnica in un atto di interferenza politica nel mondo del calcio.
Secondo quanto riferito da fonti interne all'ambiente calcistico italiano, Pochettino avrebbe avuto il potere e l'autorità di prendere una decisione autonoma: non far giocare Balogun nella sfida successiva contro il Belgio, nonostante la revoca ufficiale della squalifica. Sarebbe stata una mossa controcorrente, che lo avrebbe messo in rotta di collisione con una parte significativa dell'America e soprattutto con la stessa amministrazione presidenziale. Tuttavia, avrebbe contemporaneamente goduto del sostegno dei circoli sportivi consapevoli e avrebbe conferito al calcio una lezione magistrale di integrità.
L'allenatore argentino di origini italiane avrebbe potuto motivare la sua scelta con dichiarazioni misurate ma incisive: affermando che il rispetto delle norme è il fondamento dello sport, che sebbene discordasse dal cartellino rosso iniziale, il regolamento prevede comunque una sospensione automatica dopo un'espulsione, e che per questo motivo Balogun doveva saltare la partita seguente senza ricorrere a favori eccezionali. Un'azione del genere sarebbe stata apprezzata dalla componente consapevole della società americana e avrebbe isolato ulteriormente la propaganda amministrativa, che non avrebbe avuto strumenti per contrastare una decisione tecnica autonoma.
Trump, pur potendo ricorrere ai suoi metodi abituali, avrebbe dovuto accettare l'esito. Il massimo che avrebbe potuto fare sarebbe stato attaccare verbalmente Pochettino e pressare la federazione calcistica statunitense per il suo esonero. Un'operazione comunque costosa dal punto di vista economico: l'allenatore percepisce uno stipendio annuale di sei milioni di dollari, coperto in parte da due magnati americani, Scott Goodwin e Kenneth Griffin. Nonostante ciò, Pochettino non avrebbe avuto difficoltà a trovare una nuova posizione nel mercato internazionale degli allenatori, dove figure di elevato profilo rimangono sempre molto ricercate.
La mancata resistenza di Pochettino rappresenta l'ennesima occasione persa per il calcio professionistico di rivendicare la propria autonomia e i propri valori fondamentali di fronte alle pressioni politiche. Mentre il commissario tecnico argentino ha optato per una soluzione di comodo, il messaggio che il mondo dello sport ha ricevuto è tutt'altro che rassicurante: quando la politica esercita pressione, le istituzioni calcistiche possono piegate. E chi avrebbe potuto alzare la voce per primo ha preferito il silenzio.