Mario Giro, figura di rilievo nel panorama diplomatico italiano e mediatore della Comunità di Sant'Egidio, lancia una provocazione al pensiero politico contemporaneo con il suo ultimo libro "Pace in tempo di guerra", uscito per l'editore Guerini e Associati. Nel contesto di un mondo scosso dal ritorno della guerra in Europa e dall'intensificarsi delle tensioni geopolitiche globali, l'autore propone una lettura controcorrente: quella che la guerra non rappresenti una soluzione inevitabile alle controversie internazionali, bensì un fallimento della prevenzione e del dialogo.

La tesi centrale del volume, articolato su 160 pagine al prezzo di 14,25 euro, sfida una convinzione radicata nei secoli: l'idea che il ricorso alle armi sia talvolta necessario. Giro sostiene invece che una volta innescato, il conflitto armato sviluppa una propria dinamica incontrollabile, generando cicli di violenza sempre più difficili da arrestare. Partendo dall'analisi della guerra in Ucraina, il saggio allarga lo sguardo ai mutamenti degli equilibri mondiali, identificando nei segnali precursori della guerra elementi culturali e linguistici spesso sottovalutati.

Secondo l'ex sottosegretario agli Esteri nel governo Letta, il degrado della comunicazione pubblica, la crescente frammentazione delle società lungo linee di conflitto e l'accettazione progressiva della logica del riarmo costituiscono spie di un'erosione profonda del sistema internazionale di convivenza. La guerra, in questa prospettiva, non è semplicemente uno scontro militare, ma il punto finale di trasformazioni che avvengono nel tessuto culturale e nelle scelte politiche di lungo periodo.

Per questa ragione, Giro ripropone con urgenza il valore strategico di tre elementi considerati spesso ingenui dalla Realpolitik: il dialogo, la trattativa e il disarmo. Non come aspirazioni utopiche, ma come strumenti operativi concreti per interrompere le spirali di escalation prima che diventino irreversibili. Il libro invita i lettori a riconoscere quelle zone grigie, spesso invisibili all'opinione pubblica, dove la pace si consuma gradualmente e dove gli interventi preventivi potrebbero ancora essere efficaci, offrendo una riflessione critica sulla responsabilità dei decisori politici nel riconoscere e affrontare queste fasi preliminari.