Un elaborato schema criminale costruito su falsa identità e promesse d'affari straordinari ha portato alla condanna di Roberto Meocci, 60 anni di Sinalunga ma residente ad Arezzo, da tempo noto alle forze dell'ordine come protagonista di truffe di elevato profilo. Il tribunale di Firenze lo ha ritenuto colpevole di associazione per delinquere finalizzata alle frodi, assegnandogli una pena di nove anni di carcere in primo grado. Insieme a lui sono stati condannati tre complici, inclusa la moglie, con pene che variano dai tre anni e dieci mesi ai sei anni e due mesi di reclusione.
Il meccanismo fraudolento si basava su un'identità fittizia e una messa in scena raffinata. Meocci si presentava ai potenziali investitori come "Riccardo Menarini", cercando di far credere di appartenere alla famiglia proprietaria del noto gruppo farmaceutico omonimo. Utilizzando biglietti da visita contraffatti, abbigliamento di lusso, orologi di pregio e persino autisti personali, il truffatore creava un'apparenza di credibilità e solidità economica destinata a conquistare la fiducia dei suoi interlocutori.
La principale vittima della truffa era un'imprenditrice specializzata nella commercializzazione di articoli per cani e cavalli: dalla biancheria agli accessori, passando per creme e shampoo. L'incontro decisivo tra il falso Menarini e la donna si è verificato il 17 settembre 2020 presso l'hotel Bulgari di Milano. In quella occasione, Meocci ha presentato un'opportunità commerciale incentrata su progetti nel settore della cosmesi e dei prodotti per animali, asserendo un presunto interesse verso sviluppi internazionali.
Nel corso delle settimane successive, l'esca della truffa si è progressivamente trasformata in una proposta sempre più sofisticata e vantaggiosa. Il vero obiettivo era indurre l'imprenditrice a investire risorse significative in quella che era interamente una costruzione criminale. L'elemento attrattivo centrale della promessa era l'accesso esclusivo al mercato della casa reale britannica, con specifico riferimento ai cani e ai cavalli della regina Elisabetta II, un dettaglio che conferiva credibilità e prestigio all'intera operazione.
L'indagine condotta dagli investigatori ha smantellato completamente la storia costruita da Meocci, dimostrando come l'appartenenza alla famiglia Menarini fosse completamente inventata e come l'intera operazione rappresentasse una truffa elaborata orchestrata da un'associazione criminale strutturata. Il ruolo di Meocci come coordinatore e ideatore del piano è stato riconosciuto dal giudice, che lo ha considerato il principale responsabile dell'associazione volta alla commissione di frodi sistematiche ai danni di vittime economicamente attive.