L'eliminazione dell'Ayatollah da parte delle forze israeliane e americane, anziché indebolire il sistema di potere iraniano, ha generato conseguenze diametralmente opposte a quelle probabilmente prefigurate dagli attaccanti. Secondo gli analisti, l'operazione militare ha finito per cristallizzare l'unità interna del regime intorno a un nemico comune, trasformando quello che avrebbe potuto essere un momento di fragilità in un'occasione per consolidare il controllo da parte delle strutture più estremiste del governo di Teheran.
Il principale beneficiario dell'attacco è emerso essere la Guardia Rivoluzionaria Islamica, l'organizzazione militare e paramilitare che rappresenta la base più dura della Repubblica Islamica. Con l'autorità religiosa centrale scossa dall'aggressione esterna, le Guardie Rivoluzionarie hanno acquisito maggiore peso decisionale nelle questioni strategiche nazionali, allargando ulteriormente la loro sfera d'influenza su politica estera, sicurezza interna ed economia del Paese.
Questa trasformazione degli equilibri di potere interni ha implicazioni rilevanti nel contesto regionale. Un regime iraniano guidato da elementi ancora più ideologici e militaristi rispetto al passato potrebbe adottare posizioni ancora più intransigenti nelle sue relazioni internazionali, complicando ulteriormente gli scenari diplomatici già tesi in Medio Oriente. Le decisioni sulla prosecuzione dei programmi nucleari, sul supporto ai gruppi proxy e sulla retorica verso i vicini potrebbero subire un'accelerazione verso linee più aggressive.
La dinamica geopolitica che ne emerge suggerisce un effetto boomerang di quella che era stata concepita come un'operazione volta a ridimensionare la capacità di minaccia iraniana. Paradossalmente, la morte della figura religiosa suprema ha aperto spazi di manovra alle forze militari del regime, creando un vuoto di potere che è stato rapidamente colmato dalle istituzioni paramilitari più radicali e meno inclini a compromessi con la comunità internazionale.