I mercati petroliferi stanno mostrando una curiosa miopia di fronte alla geopolitica internazionale. Mentre gli attacchi nel Golfo Persico si intensificano e il rischio di blocco dello Stretto di Hormuz torna a livelli critici, il prezzo del greggio Brent si è stabilizzato a 75 dollari al barile e il Wti a 71 dollari. È come se gli investitori avessero sviluppato un'assuefazione alle tensioni: dopo il temporaneo shock dei derivati dello scorso giorno, l'attenzione del mercato si è spostata altrove, ignorando i segnali d'allarme che arrivano dalla realtà fisica del settore energetico.
Ma mentre il greggio rimane relativamente stabile, la situazione nei carburanti racconta tutt'altra storia. Benzina e diesel continuano a segnalare una carenza strutturale di forniture, con i prezzi che rimangono elevati e preoccupanti. Il gas naturale, rappresentato dal Ttf di Amsterdam, ha addirittura superato i 50 euro per Megawattora. Questi segnali provenienti dall'economia reale indicano che lo shock energetico scatenato dalla guerra in Medio Oriente potrebbe essere tutt'altro che concluso. Le riserve strategiche di petrolio negli Stati Uniti e nel mondo hanno toccato minimi storici e continueranno a dover essere ricostituire, esercitando pressione duratura sui prezzi effettivi pagati dai consumatori.
Le divergenze geografiche sono evidenti: se l'Italia ha già raggiunto il 70% della capacità di stoccaggio di gas per l'inverno in arrivo, la Germania rimane indietro con soltanto il 43% di riempimento. Berlino ha già adottato contromisure aggressive spingendo l'aumento della produzione nazionale di gas, consapevole del rischio che corre. Questa situazione sottodimensionata in Germania potrebbe compromettere la stabilità energetica di tutta l'Europa nei mesi freddi.
La Banca Centrale Europea ha recentemente espresso profonda preoccupazione attraverso i verbali della riunione del 10-11 giugno. Secondo Francoforte, le valutazioni attuali incorporate nei mercati futures potrebbero essere «troppo ottimistiche» rispetto ai veri rischi sottostanti. Il vero pericolo identificato dalla Bce non è tanto lo shock energetico in sé, quanto la possibilità che questo trasformi strutturalmente l'inflazione europea, creando pressioni persistenti difficili da contenere. Intanto, il commissario europeo all'Economia Valdis Dombrovskis ha cercato di rassicurare affermando che l'economia europea sta dimostrando resilienza di fronte allo shock energetico.
Tuttavia, questa resilienza potrebbe rivelarsi fragile se le spinte inflazionistiche dovessero consolidarsi. Con l'incertezza geopolitica ancora al massimo e i segnali contrastanti dal settore energetico, l'Europa corre il rischio di ritrovarsi intrappolata tra un'apparente calma sui prezzi del greggio e una vera crisi di approvvigionamento di carburanti e gas che potrebbe erodere la capacità di crescita del continente nei prossimi mesi.