Il Rinascimento non è stato solo l'epoca della perfezione apollinea. A rovesciare questa lettura consolidata della storia dell'arte interviene la mostra "Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento", in corso presso le Gallerie d'Italia di piazza della Scala fino al 18 ottobre. L'esposizione milanese, curata da Chiara Rabbi Bernard con il coordinamento di Gianfranco Brunelli, prende le mosse da un presupposto affascinante: mentre gli artisti celebravano la levigatezza marmorea delle Veneri, dietro quelle forme ideali premeva con forza il grottesco, il mostruoso e la cruda realtà.
Nata dalla collaborazione con il Bozar di Bruxelles, dove ha registrato un grande successo di pubblico, questa tappa milanese accoglie oltre cento capolavori tra sculture, dipinti, disegni e manoscritti che raccontano come il Rinascimento abbia metabolizzato lo scontro tra bellezza e bruttezza. L'allestimento dello Studio Lucchi & Biserni esordisce con prestiti straordinari dai musei vaticani: le Tre Grazie fanno da controcanto all'Afrodite dell'Archeologico napoletano, mentre un disegno preparatorio di Pontormo degli Uffizi offre una prospettiva ulteriore dello stesso soggetto mitologico. Questa apertura illustra come gli artisti del tempo guardassero simultaneamente ai modelli classici e alle "fantasie visive" della appena riscoperta Domus Aurea romana, con i suoi Sileni pelosi e le sue forme perturbanti.
Il nucleo tematico si sviluppa soprattutto nel genere del ritratto, dove l'antitesi emerge con maggiore intensità. La grazia ideale incarnata da Simonetta Vespucci nelle tele di Botticelli si confronta con il realismo aspro e privo di concessioni di numerosi ritratti maschili coevi. Gli spazi espositivi diventano occasione di gioco per gli osservatori, che possono cimentarsi nel riconoscere giullari, nani e buffoni: queste figure rappresentano la bruttezza come "monstrum", nel senso letterale di prodigio straordinario, senza necessarie connotazioni negative. Brani di disarmante potenza visiva come il busto di donna di Lorenzo Lotto proveniente da Digione convivono con la seducente Donna con una mela di Tiziano, in un'equilibrio che suggerisce come bellezza e bruttezza fossero categorie fluidamente interpretate dagli artisti rinascimentali.
Una sezione dedicata interamente agli oggetti di cosmesi del tempo—specchi, fermagli e ornamenti—completa l'indagine sulla rappresentazione del corpo e sulla consapevolezza estetica dell'epoca. L'esposizione, attraverso questo dialogo costante tra i poli opposti, restituisce un'immagine più complessa e sfaccettata del Rinascimento italiano, ripudiando la semplificazione di un'epoca monoliticamente dedicata alla ricerca dell'armonia platonica. Piuttosto, emerge un periodo in cui gli artisti coltivavano consapevolmente l'ambiguità visiva, affascinati tanto dalla perfezione quanto dal suo rovescio.