Passano i decenni, ma la memoria di Vittorio Occorsio rimane salda nella storia giudiziaria italiana come simbolo di magistrato integro e coraggioso. Cinquant'anni fa, precisamente il 10 luglio 1976, il togato romano venne assassinato mentre si trovava in automobile: nove volantini di rivendicazione furono lanciati sulla vettura per rivendicare l'omicidio perpetrato da Pierluigi Concutelli, leader militare di Ordine Nuovo, l'organizzazione neofascista fondata da Pino Rauti.
Occorsio, nato a Roma il 9 aprile 1929 e entrato in magistratura nel 1955, rappresentava una figura scomoda per gli ambienti reazionari. Durante la sua carriera aveva condotto indagini monumentali che toccavano i nervi scoperti dello Stato: dalla strage di Piazza Fontana, in cui lavorava presso la Procura romana quando le bombe esplosero contemporaneamente all'Altare della Patria e alla Banca Nazionale del Lavoro a Milano nel dicembre 1969, fino ai misteri del Piano Solo e allo scandalo Sifar. I neofascisti lo eliminarono proprio perché aveva ricostruito i fili che univano le organizzazioni terroristiche di estrema destra ai vertici della massoneria, nuclei che operavano per minare la democrazia costituzionale.
Nella vicenda dello Sifar, il servizio segreto dell'epoca, Occorsio dimostrò particolare acume investigativo. Il generale De Lorenzo, capo del servizio, aveva querelato il direttore de L'Espresso Eugenio Scalfari per una inchiesta pubblicata nel maggio 1967 dal giornalista Lino Jannuzzi che rivelava il tentativo di colpo di Stato organizzato tre anni prima. Coordinando la relativa sezione della Procura, Occorsio condusse un'indagine impeccabile e giunse alla conclusione che i giornalisti avevano ragione: richiese personalmente l'assoluzione e incriminò lo stesso De Lorenzo, ribaltando completamente l'accusa originaria.
L'inchiesta più determinante rimase però quella sulla P2 e sulla massoneria deviata, insieme all'indagine su Ordine Nuovo avviata nel 1971 per ricostituzione del partito fascista. Nel novembre 1973, proprio sulla base di questa istruttoria di Occorsio, il governo decise lo scioglimento del gruppo terrorista. Come sottolineò l'allora ministro dell'Interno Paolo Emilio Taviani, non si trattò di un atto dovuto dalla sentenza, bensì di una scelta politica consapevole di porre fine alle attività di Ordine Nuovo. Fu questo il valore aggiunto del lavoro del magistrato: aver fornito ai vertici dello Stato le prove concrete dei pericoli che minacciavano le istituzioni democratiche.
A cinquant'anni di distanza, la figura di Occorsio continua a interrogarci sulla responsabilità della magistratura nel difendere lo Stato di diritto contro le spinte eversive, sulle complicità che attraversavano le istituzioni e sulla necessità di trasparenza nei gangli del potere. Il suo sacrificio rimane un monito per chiunque voglia comprendere le fragilità della democrazia italiana nel decennio più turbolento della nostra Repubblica.