Un monaco buddhista di nome Claudio Torrero, conosciuto anche con il nome monastico Dharmapala, ha pubblicato un saggio che racconta la sua partecipazione alla Flotilla della scorsa stagione autunnale. L'operazione, volta a portare aiuti umanitari ai civili palestinesi di Gaza, si è conclusa con il sequestro dell'imbarcazione Conscience e l'arresto di tutti gli attivisti a bordo. Il libro, intitolato "Sull'arca e dentro la balena", utilizza un linguaggio simbolico ricco: l'arca rappresenta la nave partita in missione di soccorso, mentre la balena rimanda al profeta biblico Giona e, nel contesto della narrazione, alla prigionia subita.

Secondo quanto emerge dalla lettura critica proposta da Fabio Balocco, scrittore specializzato in tematiche ambientali e sociali, il testo apre con una descrizione dello stato emotivo dell'autore durante l'avvicinamento verso le coste controllate da Israele. Torrero sapeva che la missione non avrebbe raggiunto la destinazione, consapevole che l'esercito israeliano avrebbe impedito alle imbarcazioni di procedere in acque internazionali, esattamente come accaduto in precedenti operazioni, talvolta con conseguenze ancora più gravi: in una occasione passata furono uccisi dieci attivisti. Nonostante queste consapevolezze, il monaco descrive uno stato di pace interiore misto ad ansia legittima, che si trasformerà completamente quando i soldati israeliani saliranno a bordo e procederanno al sequestro degli attivisti.

Le pagine più intense del diario riguardano la fase della detenzione nel carcere del Negev Ketziot, dove i prigionieri furono costretti a inginocchiarsi nel porto di Ashdod prima della trasferimento. Torrero racconta due giorni caratterizzati da profonda rabbia nei confronti dei carcerieri e della gerarchia militare che li comanda. Le condizioni detentive si rivelarono particolarmente dure: negazione dei farmaci necessari (l'autore è cardiopatico), assenza di carta igienica e una razione alimentare ridotta a un solo piatto per otto detenuti. Si trattava, evidentemente, di una strategia deliberata di umiliazione.

Nel suo diario, Torrero sviluppa un'analisi critica del comportamento dei militari che lo hanno catturato e incarcerato. Li descrive come persone spesso rozze, non per temperamento naturale, ma per una freddezza sistematica nel perpetrare brutalità. L'autore ravvisa in loro una visione di superiorità, come se considerassero se stessi un popolo eletto nel senso più deteriore del termine: una sorta di razza superiore autorizzata a compiere azioni negate a chiunque altro.

Il volume rappresenta una testimonianza diretta e autobiografica, ma supera la semplice narrazione di accadimenti personali. Come sottolinea il critico Balocco, il testo invita il lettore a riflettere su questioni complesse e scomode riguardanti i diritti umani, l'uso della forza in contesti internazionali e le dinamiche geopolitiche nel conflitto mediorientale. Nonostante il background non tradizionalmente pacifista dello stesso recensore, il diario del monaco buddhista riesce a catalizzare attenzione e dibattito pubblico attorno a episodi che restano ancora largamente controversi sulla scena internazionale.