Immaginiamo una sala consiliare in un paese dell'entroterra italiano. Sul tavolo la stessa questione che affligge centinaia di comuni: lo spopolamento e il conseguente declino economico e sociale. Amministratori locali, esperti, associazioni e cittadini si confrontano su come invertire il corso delle cose, trattenere i giovani, attrarre nuovi abitanti. Ma in questi dibattiti emerge sempre la stessa parola, ripetuta come un mantra: resilienza. Un termine che tutti pronunciano con convinzione, ma che sempre più studiosi vedono con sospetto.

Nel corso degli ultimi anni, il concetto di "resilienza" ha subito un'esplosione di popolarità senza precedenti. Nato come termine tecnico utilizzato in ingegneria, ecologia ed economia, si è trasformato gradualmente in una delle espressioni cardine del dibattito politico e sociale contemporaneo. La pandemia da Covid-19 ha accelerato ulteriormente questo processo, consacrando la parola come simbolo della capacità collettiva di sopravvivere alle crisi. Politici, esperti medici, aziende e media l'hanno utilizzata incessantemente, allargandone sempre più il significato fino a farne una specie di formula universale capace di spiegare tutto.

Ma quando questo concetto viene applicato alle aree interne italiane che lottano contro lo spopolamento, il quadro diventa più complesso e problematico. Geografi, sociologi, economisti e antropologi da anni discutono non solo del significato letterale della parola, ma soprattutto di come essa orienti l'interpretazione dei problemi territoriali e le relative scelte di politica pubblica. La questione centrale è: utilizzando il termine "resilienza" per descrivere la capacità di una comunità di resistere alle difficoltà e reinventarsi, non si finisce per attribuire alle popolazioni locali la responsabilità di auto-salvarsi, scaricando così le responsabilità dalle istituzioni e dalle amministrazioni pubbliche?

Rappresentanti della comunità scientifica mettono in guardia dai rischi di una retorica che, dietro l'apparenza di una parola neutra e rassicurante, nasconde un pericoloso trasferimento di responsabilità. Quando si parla di "resilienza" dei territori, il focus si sposta dalla necessità di interventi strutturali da parte dello Stato verso una celebrazione della capacità di auto-organizzazione locale. Questo cambio di prospettiva, sebbene possa sembrare sottile, ha conseguenze significative sulla progettazione delle politiche pubbliche e sull'allocazione delle risorse. Se un territorio è "resiliente", il ragionamento implicito diventa: allora può cavarsela da solo.

Gli esperti suggeriscono che il primo passo reale per rivitalizzare le aree interne italiane potrebbe essere proprio quello di abbandonare questo vocabolario diventato ormai svuotato di contenuto. Al suo posto, occorrerebbe un linguaggio più specifico e onesto, capace di nominare chiaramente i problemi concreti—infrastrutture inadeguate, carenza di servizi, opportunità lavorative limitate—e le relative responsabilità istituzionali. Solo così sarebbe possibile passare da una retorica rassicurante a politiche territoriali effettivamente incisive e trasformative.