Secondo le ricerche dello storico della medicina islamica Nahyan Fancy dell'Università di Exeter, nel Medioevo il fenomeno dell'amore non era considerato una semplice emozione umana, bensì una malattia vera e propria. I medici medievali islamici utilizzavano il termine ʿishq per descrivere questa condizione patologica, differenziandola dalla malinconia. Intorno al X secolo, la pratica medica tendeva ad associare il "male d'amore" principalmente a individui ignoranti e moralmente dissoluti, incorporando un evidente giudizio morale nella diagnosi stessa.
Con il passare dei secoli, la comprensione di questa presunta patologia subì una trasformazione significativa. Dal XII secolo in poi, i medici islamici riconobbero che il fenomeno amoroso poteva colpire anche persone di elevata estrazione sociale, virtualmente caste e persino figure spirituali come profeti e santi. Questa evoluzione teorica trasformò l'amore da semplice vizio dei deboli a una forza potenzialmente travolgente capace di interessare qualsiasi individuo, indipendentemente dalla sua condizione sociale o morale.
Sul fronte terapeutico, gli approcci proposti dai medici medievali risultavano sia rigorosissimi che involontariamente ironici. Avicenna, nel XI secolo, documentò il caso di una donna il cui stato amoroso provocava manifeste debolezze e malattie fisiche, anticipando così una visione psicosomatica della patologia. Un secolo dopo, il medico Ibn al-Nafīs propose una spiegazione di natura fisiologica, attribuendo i sintomi all'accumulo di fluidi seminali nell'organismo, per cui giovani e individui non sposati risultavano più vulnerabili. Le cure suggerite potevano includere persino l'attività sessuale lecita come rimedio terapeutico.
Tra il XIII e il XVI secolo, la concezione dello ʿishq si ampliò ulteriormente, trascendendo la semplice ossessione erotica per abbracciare anche la dimensione mistica del misticismo sufi, dove l'oggetto d'amore coincideva con il divino stesso. Il medico ottomano Ibn al-Mubārak introdusse una distinzione fondamentale tra l'amore ordinario, potenzialmente curabile attraverso mezzi sessuali, e l'amore dei santi, originario dalla castità spirituale del soggetto o dalla perfezione divina dell'amato, escludendo qualsiasi desiderio carnale.
Queste riflessioni storiche invitano a considerare come, mille anni fa, gli studiosi si interrogassero già sulla natura ambigua dell'amore, oscillante tra ragione e follia, tra patologia medica e esperienza spirituale. Il dibattito medievale anticipa così una questione che continua a interpellare la modernità: se l'amore rappresenti realmente una forma di delirio, come suggeriva Nietzsche con la sua affermazione che "l'amore è quello stato in cui l'uomo vede le cose come non sono", oppure una dimensione essenziale dell'esperienza umana.