Il quarantasettenne Gomes Tavares Clesio, indicato dalle autorità come figura chiave nell'organizzazione dell'attacco alla macchina di Sigfrido Ranucci, ha deciso di rompere il silenzio attraverso alcuni contatti personali. In messaggi privati, l'uomo ha categoricamente smentito le indiscrezioni che lo vorrebbero in fuga verso il Camerun, suo Paese natale. «Non ho paura, ma devo rientrare. Non sto scappando», avrebbe dichiarato a persone a lui vicine nei giorni seguenti all'arresto dei quattro presunti esecutori materiali e all'apertura dell'inchiesta nei confronti di Valter Lavitola, suo principale datore di lavoro e sospettato di essere il mandante dell'attentato.
Prima di trovarcisi coinvolto, Tavares aveva già frequentato ambienti diversi nel panorama dello spettacolo partenopeo. Secondo quanto ricostruito dai quotidiani di inchiesta, avrebbe prestato servizio come bodyguard per personalità note della scena campana, inclusi il musicista neomelodico Tony Colombo e l'influencer Rita De Crescenzo. Proprio in questo contesto avrebbe potuto incontrare Pellegrini D'Avino, uno dei quattro fermati per l'attentato, sebbene tale informazione sia stata contestata da chi lo ha impiegato in passato. Dal 2017 risulta formalmente assunto dalla società Cefalù srl, che gestisce l'omonimo ristorante nella zona romana di Monteverde, struttura che era precedentemente sotto la gestione di Lavitola. L'attuale proprietario dell'esercizio, tuttavia, ha dichiarato di non conoscere l'uomo e ha precisato che lo stesso non ha mai frequentato il locale.
Riguardo alla sua effettiva collocazione geografica, Tavares si troverebbe attualmente nel territorio camerunense per svolgere attività legata a progetti promossi da Lavitola nel settore dei carbon credits, i titoli ambientali che consentono alle società di neutralizzare l'impatto ecologico tramite investimenti in iniziative di riduzione delle emissioni. Secondo gli investigatori, il quarantasettenne avrebbe giocato un ruolo decisivo nel reperire chi ha piazzato l'ordigno sotto il veicolo del conduttore televisivo e nel fornire il mezzo utilizzato per la sorveglianza della residenza della vittima. La relazione tra i due appare profondamente radicata: Lavitola lo considera, stando alle testimonianze, quasi come un componente della propria famiglia.