Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, ha sollevato un'obiezione forte alle crescenti spese belliche del Paese, affermando che la scelta di investire risorse pubbliche nel riarmo lo mette profondamente a disagio. L'occasione della presa di posizione è stata la presentazione a Torino del progetto "Scelte future", un'iniziativa promossa in collaborazione con la Fondazione Compagnia di Sanpaolo e la Fondazione Ufficio Pio, ideata per sostenere i percorsi educativi dei giovani italiani.
Secondo Messina, il contrasto tra le scelte di bilancio e la realtà sociale del Paese è stridente. "Quando considero che 95mila minori vivono in famiglie con redditi inferiori ai 15mila euro annui, e osservo il livello del debito pubblico italiano, mi trovo davvero imbarazzato nel sentire che stiamo dibattendo su come finanziare ulteriormente le spese per armamenti", ha dichiarato il numero uno dell'istituto bancario.
Il manager ha precisato ulteriormente la sua visione: "L'Italia non è una potenza nucleare e non lo sarà mai. Abbiamo minori la cui crescita educativa è compromessa da vincoli economici familiari gravi. Quando mi si chiede quale sia la vera priorità nazionale, la mia risposta è inequivocabile: il progresso sociale, non gli investimenti militari". Messina ha anche chiarito che Intesa Sanpaolo non intende rivolgere ultimatum alla classe politica, bensì mettere a disposizione le proprie capacità economiche per il bene collettivo, considerando che gli utili generati dall'attività bancaria dovrebbero tornare parzialmente alla comunità.
Questa non rappresenta una posizione nuova per Messina. Nel maggio del 2025, dal palco del Consiglio nazionale della Federazione autonoma bancari italiani (Fabi), aveva espresso concetti analoghi, sottolineando come il Paese abbia margini per operazioni di riarmo, ma che questa scelta risulterebbe incoerente considerando i livelli di povertà ancora presenti e la necessità di gestire responsabilmente il debito pubblico italiano.
La dichiarazione del ceo di Intesa Sanpaolo si inserisce in un dibattito nazionale crescente riguardo alle priorità di spesa dello Stato, specialmente in un contesto dove la pressione internazionale per aumenti significativi degli investimenti difensivi coesiste con persistenti carenze nelle politiche sociali e educative.