Joseph Stiglitz, il noto economista premio Nobel, lancia un allarme sulla deriva oligarchica americana. Durante il suo intervento all'Eu Tax Symposium di Bruxelles, il professore ha utilizzato l'immagine dell'insediamento di Donald Trump come specchio dei problemi strutturali dell'economia statunitense: circondato da decine di miliardari, il nuovo presidente rappresenterebbe visivamente il consolidamento del potere economico nelle mani di una ristretta élite.
Secondo Stiglitz, questo fenomeno non è casuale né isolato. L'aumento esponenziale delle disuguaglianze negli ultimi decenni ha eroso progressivamente i fondamenti della democrazia americana. Quando la ricchezza e il potere di mercato si concentrano in poche mani, ha spiegato l'economista, la conseguenza inevitabile è l'indebolimento delle istituzioni democratiche e la subordinazione delle politiche pubbliche agli interessi dei magnati.
I numeri raccontano una storia impietosa. Negli ultimi 25 anni, oltre il 40% di tutta la nuova ricchezza creata negli Stati Uniti è finita nelle tasche dell'1% più facoltoso della popolazione. Nel medesimo periodo, il 50% più povero ha visto aumentare il proprio patrimonio di appena l'1%. In termini assoluti, il cittadino medio dell'élite più ricca ha arricchito di 1,3 milioni di dollari, mentre quello della metà meno abbiente ha guadagnato poco più di 500 dollari.
Per invertire questa rotta, Stiglitz sostiene che servono interventi decisi sul fronte fiscale. L'economista chiede l'introduzione di un sistema tributario più progressivo e l'implementazione di una tassa sul patrimonio per i super-ricchi. Come riferimento positivo, cita la proposta danese dello 0,5% di prelievo sui grandi patrimoni, descrivendola come "un passo nella giusta direzione".
L'avvertimento di Stiglitz va oltre la mera analisi economica: il grande intralcio al funzionamento democratico sarebbe il denaro stesso, che negli anni ha sempre più dettato l'agenda politica e influenzato ogni singola decisione di governo, dalle scelte economiche all'indirizzo delle politiche sociali. Pur sottolineando che spera si tratti di un fenomeno temporaneo, il Nobel lascia intendere che senza correttivi significativi, anche l'America rischia di trasformarsi stabilmente in un'oligarchia.