La rinomata criminologa Roberta Bruzzone si prepara al ritorno in piccolo schermo con una nuova sfida televisiva. A novembre sarà in seconda serata su Rai 2 con il programma "Dentro la truffa", un'indagine approfondita sui meccanismi psicologici che alimentano il fenomeno sempre più diffuso delle truffe nella società contemporanea. In occasione di questo progetto, Bruzzone ha concesso un'intervista al Corriere della Sera nella quale ha ripercorso il suo percorso professionale e svelato aspetti meno noti della sua vita personale.

Nata e cresciuta a Finale Ligure, la criminologa ha descritto un'infanzia caratterizzata da una curiosità sconfinata e uno spirito ribelle difficile da contenere. I genitori, una madre impiegata come cuoca in albergo e un padre guardacaccia, cercavano di controllare la vivacità della figlia attraverso storie di una casa abbandonata nei pressi della sua scuola, che la dipingevano come abitata da persone malvagie. Quella proibizione non fece che alimentare l'interesse della piccola Roberta, che studiava ogni dettaglio dell'edificio durante le lezioni. Questo carattere inquisitivo la spinse, insieme a due compagni di classe, a forzare l'ingresso nell'edificio: l'esperienza si rivelò deludente dal punto di vista narrativo ma gratificante per la scoperta della verità, poiché dentro non trovò nulla di sinistro, solo polvere e degrado. Bruzzone ricorda con soddisfazione la punizione ricevuta dai genitori, perché aveva comunque raggiunto il suo obiettivo di capire la realtà.

Sulla sfera privata, la criminologa ha confermato di mantenere un rapporto sano con il marito e ha rivelato i suoi interessi personali: si allena regolarmente con un personal trainer e possiede tre motociclette, sulle quali canalizza la sua passione per l'adrenalina. Questi dettagli offrono uno spaccato di una donna che coltiva i propri equilibri tra la vita pubblica e quella privata, senza compromessi.

Riguardo alle questioni professionali più delicate, Bruzzone ha espresso scetticismo nei confronti della crescente tendenza a riaprire fascicoli giudiziari. Ha citato come esempio il caso di Manuela Murgia, la ragazza sarda di sedici anni deceduta nel 1995, la cui inchiesta è stata riaperta portando all'apertura di un'indagine ai danni dell'ex compagno Enrico Astero. Tuttavia, una consulenza genetica ha successivamente scagionato l'uomo, escludendo il suo profilo Dna dalle tracce rinvenute. Bruzzone ha visto in questo esito la conferma delle sue perplessità su simili riesumazioni, suggerendo una certa cautela prima di riaprire vecchi fascicoli senza fondamenta solide. La sua posizione rimane ferma: non manifesta pentimenti sulle sue valutazioni criminologiche passate.