Il caso giudiziario che ha coinvolto Mario Adinolfi, finito in carcere con l'accusa di truffa aggravata, continua a polarizzare gli animi sui principali canali di comunicazione digitale. Mentre alcuni utenti manifestano solidarietà verso coloro che hanno denunciato perdite economiche significative, altri adottano un linguaggio sprezzante nei confronti delle vittime, utilizzando espressioni volgari per stigmatizzarle. Questo fenomeno rappresenta un chiaro esempio di quella che gli esperti definiscono vittimizzazione secondaria o victim blaming: un meccanismo psicologico mediante il quale la responsabilità viene trasferita da chi ha commesso l'illecito a chi lo ha subito.

Da dove nasce questa mancanza di compassione nei confronti di chi cade vittima di raggiri finanziari? Gli esperti individuano diverse cause radicate nella nostra società. Innanzitutto esiste una convinzione ampiamente diffusa secondo cui le persone truffate sarebbero necessariamente poco intelligenti o facilmente ingannabili. Questa interpretazione consente a chi giudica di sentirsi superiore dal punto di vista cognitivo. La realtà dei dati, tuttavia, racconta una storia completamente diversa: professionisti laureati, imprenditori di successo e pensionati colta possono cadere nelle maglie di truffe sofisticate. È probabile che molti tra coloro che criticano più duramente le vittime abbiano essi stessi sperimentato situazioni analoghe, ma preferiscono nasconderlo per vergogna. Uno studio commissionato da UK Finance ha evidenziato come la maggioranza delle persone derubate non riveli nemmeno al proprio coniuge quanto accaduto.

Un ulteriore elemento che alimenta questa insensibilità riguarda la persistente sottovalutazione sociale della violenza psicologica. Contrariamente a quanto comunemente si crede, una truffa non è semplicemente una questione economica: rappresenta un'aggressione all'autostima della persona, la quale si ritrova a vivere un'esperienza di profonda fragilità e impotenza. Le conseguenze psichiche possono essere devastanti, generando stati d'ansia cronica, insonnia e traumi che nel lungo periodo facilitano lo sviluppo di gravi patologie mentali. Secondo i dati forniti dall'ITRC, un'organizzazione statunitense specializzata nel supporto alle vittime, la proliferazione di frodi nel settore digitale ha aggravato notevolmente questo rischio: il 25 percento dei soggetti più gravemente colpiti dichiara di aver considerato l'ipotesi estrema del suicidio.

Paradossalmente, l'ordinamento legale stesso contribuisce a minimizzare la gravità di questi crimini. A livello giudiziario, le pene per reati che provocano danni fisici al corpo sono generalmente più severe rispetto a quelle comminate per truffe, benché quest'ultime possano causare danni psicologici equiparabili o persino superiori. Questa disparità normativa riflette una comprensione ancora lacunosa della violenza non fisica, relegando i danni morali e finanziari a una categoria apparentemente meno grave. Il dibattito pubblico emerso dal caso Adinolfi mette in luce una questione più ampia: la necessità di sviluppare una maggiore consapevolezza collettiva riguardo ai traumi che le frodi determinano nelle loro vittime, superando pregiudizi consolidati e riscoprendo la capacità di empatia.