La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della procura generale di Palermo, mettendo fine a un percorso giudiziario durato anni. Andrea Bonafede junior, originario di Campobello di Mazara, rimane condannato a sei anni di reclusione per favoreggiamento della latitanza di Matteo Messina Denaro, ma non per appartenenza all'organizzazione mafiosa. Una distinzione legale cruciale che ha caratterizzato tutti i gradi di giudizio, dai tribunali inferiori fino alla Suprema Corte.

I fatti contestati risalgono al periodo compreso tra il 2012 e il 2020. Bonafede avrebbe accompagnato Messina Denaro in diverse occasioni: inizialmente per commissioni ordinarie come acquisti presso una salumeria o per farsi fare un tatuaggio (episodi del 2012-2013), successivamente e soprattutto dopo la scoperta di un tumore al colon nel novembre 2020, presso gli ospedali di Mazara del Vallo e Trapani. In questa fase critica, l'uomo si occupò anche della gestione della documentazione medica, dei medicinali e delle prescrizioni, coordinandosi costantemente con il medico di base Alfonso Tumbarello e con lo stesso latitante.

Nel primo processo, il giudice Rosario Di Gioia aveva motivato l'esclusione dall'associazione mafiosa sottolineando che Bonafede avesse agito esclusivamente per garantire le necessarie cure mediche a Messina Denaro nel momento più delicato della sua esistenza. La condanna iniziale di sei anni e otto mesi era stata poi ridotta di otto mesi in appello, una decisione mantenuta anche in Cassazione. Negli atti emergono ulteriori elementi: Bonafede junior aveva invitato al suo matrimonio esponenti di spicco della mafia locale, e in un'intercettazione l'anziano boss Francesco Luppino lo definisce come il suo "figlioccio". Bonafede è inoltre nipote di Bernardo Bonafede, storico capomafia della zona.

Paralleli curiosi emergono dalla documentazione processuale: un altro Bonafede, di grado più elevato, aveva prestato la propria identità falsa al latitante per facilitarne la latitanza. Tuttavia, la vicenda giudiziaria di Andrea Bonafede junior si conclude diversamente. Nonostante i legami familiari e i contatti con ambienti mafiosi, la magistratura ha ritenuto che il suo contributo rientrasse esclusivamente nel favoreggiamento, non nella cospirazione associativa vera e propria. Una sentenza definitiva che chiude una pagina complessa della vicenda che coinvolse l'ex primula rossa della mafia siciliana durante i suoi ultimi anni di latitanza.