Un nuovo capitolo nella giurisprudenza italiana sui saluti romani si è scritto a Milano, dove i giudici hanno nuovamente assolto un gruppo di militanti dell'area di estrema destra. La Corte d'Appello ha respinto il ricorso della Procura e confermato che «il fatto non sussiste», rigettando così le accuse relative a gesti compiuti durante il corteo del 2019 organizzato in memoria di Sergio Ramelli. Gli imputati avevano eseguito il saluto romano e risposto alla «chiamata del presente» di fronte a circa mille partecipanti, ma secondo i magistrati questi comportamenti non costituirebbero violazione della Legge Scelba.

La Procura aveva presentato ricorso in aprile 2025 contro la sentenza di primo grado del novembre precedente, chiedendo condanne tra i due e i quattro mesi per i 23 imputati. Il tribunale aveva però ritenuto che i gesti non rappresentassero una condotta idonea alla ricostituzione di un partito fascista, bensì fossero riferibili esclusivamente al ricordo del giovane ucciso per motivi politici. Questa valutazione è stata ora confermata dalla Corte d'Appello, che depositerà le proprie motivazioni entro novanta giorni.

La pronuncia genera tuttavia una frattura all'interno della stessa magistratura milanese. Appena pochi mesi prima, infatti, un'altra sezione della Corte d'Appello aveva confermato tredici condanne a quattro mesi per identici comportamenti verificatisi durante la manifestazione del 29 aprile 2018. In quella circostanza i giudici avevano concluso che una riunione con tale partecipazione numerica rappresentasse un effettivo pericolo per l'ordinamento costituzionale. I difensori dei condannati hanno già depositato ricorso in Cassazione, con discussione programmata per il 22 ottobre.

Sergio Ramelli, protagonista delle commemorazioni contestate, era un attivista del Fronte della Gioventù. Il diciottenne fu aggredito il 13 marzo 1975 a Milano da alcuni militanti di Avanguardia Operaia e morì un mese e mezzo dopo in ospedale, all'età di diciannove anni. La sua figura rimane simbolo dei conflitti tra formazioni giovanili nell'Italia degli anni settanta e continua a catalizzare manifestazioni annuali che frequentemente si trasformano in focus di dibattiti costituzionali sulla libertà di espressione e sui limiti della memoria storica.