Venezia ospita fino a novembre un progetto espositivo della scultrice Noemi Priolo che ridefinisce il concetto di ecosistema attraverso l'arte contemporanea. La rassegna si sviluppa come uno spazio completamente immedesimato, dove le singole opere non esistono in isolamento ma dialogano continuamente, generando un sistema visivo coerente e affascinante. L'intera installazione funziona come un unico organismo vivente nel quale ogni elemento contribuisce a un narrativa più ampia.

Nata a Palermo nel 1990, Priolo ha consolidato negli anni una pratica artistica che affonda le radici nella memoria collettiva siciliana, trasfigurando figure mitologiche e paesaggi della psiche in sculture che inquietano e sedducono simultaneamente. La sua ricerca parte da un assunto preciso: la natura non è una forza statica ma un principio di continua metamorfosi che incorpora l'uomo, lo interroga e lo restituisce come frammento di una struttura complessiva dove il regno animale, quello vegetale e tutto ciò che è costruito artificialmente convivono senza distinzioni gerarchiche.

Dopo gli studi presso l'Accademia di Belle Arti del capoluogo siciliano e un significativo periodo di formazione nel Regno Unito, Priolo ha sviluppato un linguaggio visivo distintivo fondato sull'ibridazione sistematica tra materiali diversi e significati stratificati. Le sue creazioni assemblano resine, vetro, metalli, pellicce, piume e oggetti di scavo in organismi che sembrano provenire da un'evoluzione alternativa e impossibile, sospesi tra il reperto archeologico e la creatura futura. Il principio ricorsivo delle sue opere è la metamorfosi, intesa non come semplice trasformazione ma come fondamento estetico e concettuale.

Ciò che caratterizza maggiormente il lavoro di Priolo è l'equilibrio costante sul confine tra l'attraente e il perturbante, uno spazio dove la bellezza coesiste con l'inquietudine. Nella mostra veneziana, questa dialettica si amplifica attraverso la disposizione spaziale delle opere, che creano una rete di rimandi visuali e narrativi. I visitatori si trovano immersi in un ambiente in cui la distinzione tra soggetto osservante e opera osservata tende progressivamente a dissolversi, generando un'esperienza che travalica la fruizione tradizionale dell'arte.